«Io fare autocritica? Ma non scherziamo»

Spiazzasubito il campo da ogni possibile illazione di inciucio il premier durante la Kermesse di Bergamo, dove si alternano candidati e sostenitori di Scelta Civica. Il leader di Sel ha detto «che in fondo potremmo anche collaborare con Monti e i suoi sulle riforme istituzionali purché faccia autocritica», ha ricordato il premier a Bergamo, «ma scherziamo? Vi sono nella sinistra importanti e apprezzabili istinti e impulsi liberalizzatori, da qualche tempo, di scoperta dei valori di un'economia di mercato e sociale di mercato. Sono relativamente recenti», ha sottolineato Monti. «C'è stato un graduale avvicinamento, dopo avere in una fase più antica negato tutte le singole pietre della costruzione europea, un'apprezzabile avvicinamento, ma molti di noi erano in sintonia con la visione culturale dell'economia sociale di mercato europea dagli anni '70-'80-'90 e dovremmo rinnegare quegli sforzi notevoli?», ha insistito il premier. «L'Italia ha bisogno di un impulso liberale che noi non vediamo contradditorio con una visione sociale e cattolica, nel laicismo della politica, perché dovremmo dare più valore a certi tardivi e apprezzabili riconoscimenti della necessità di andare in quella direzione e non rivendicare invece la nostra cultura che si è forgiata anche nell'operatività nel governo europeo?», ha chiesto ancora. Dal palco di Bergamo Monti però spiega anche ai candidati in platea la loro missione. Al Paese servono una serie di «riforme radicali», anche costituzionali come la riduzione del numero dei parlamentari. Molti annunci e slogan e poca sostanza comunque. Un indicatore evidente che il lavoro sul programma è ancora un cantiere aperto. Lo si percepisce ad esempio dalla riforma del lavoro, annacquando le indiscrezioni di stampa: «Nulla è stato ancora deciso», perché sul merito gli esperti della lista come Ichino, Bombassei e Cazzola, hanno «angolature diverse». Insomma si cambia ma non si sa ancora come. Anche sull'Imu Monti non svela il suo pensiero: conferma che una ristrutturazione è necessaria, ma non si pronuncia sulla proposta del Pd di rimodularla in favore delle fasce meno agiate: «Bisogna guardare al pacchetto fiscale nel suo complesso» chiosa. Con il partito di Bersani lefrizioni sono evidenti: al segretario Pd non piace l'intervista concessa al direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, in cui il professore lancia un appello a non «rimettere l'Italia nelle mani degli incapaci che l'hanno portata al novembre 2011». Una stilettata diretta a Berlusconi, che infatti parla di «mascalzonata». Ma quel riferimento al fatto che «il governo tecnico non sarebbe stato chiamato se la cosa pubblica fosse stata nelle mani di politici capaci e credibili», non piace neanche al leader del Pd. Che rinvia al mittente l'affondo: «Il presidente del Consiglio tende a guardare un po' le cose dall'alto, a me piace guardare di più all'altezza degli occhi della gente comune». Monti non replica, ma sul palco ricorda come il Pd, insieme al Pdl, abbiano frenato le riforme: i democrats sul fronte del lavoro; Berlusconi, per «ragioni personali», sulla giustizia. Monti tocca argomenti scivolosi, rischiando la gaffe istituzionale con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «la decisione di salire in politica è ispirata dallo stesso amore per il Paese del presidente della Repubblica ed è motivata dal fatto che al Colle si svolge un incarico meno rilevante per il cambiamento dell'Italia». Chissà se la reazione al Colle sia di gaudio per il giudizio. Il Prof poi non risponde sull'ipotesi di accordo elettorale post-voto con Bersani, confermando che non parteciperà a governi che non avranno un forte orientamento riformista. Ma il tasto su non molla è quello delle riforme: ripete di non voler federare i moderati, ma semmai i riformisti, perché «l'Italia non ha bisogno di mezze misure, ma di riforme radicali». Infine sale a cavallo dell'antipolitica, criticando i partiti che hanno impedito di tagliare i costi della politica e rilanciando le riforme costituzionali da proporre nel primo Cdm: «drastica riduzione numero parlamentari», al riassetto dello Stato, passando per la riforma del titolo V che, per colpa della sinistra e della destra hacontribuito alla paralisi.