La strategia di Napolitano e Monti Si va avanti, contiamo i voti

L'asse tra Napolitano e Monti tiene senza troppi scossoni.Nonostante la bufera scatenata da Silvio Berlusconi.Il presidente della Repubblica e il premier ieri sono stati in contatto tutto il giorno e alla fine hanno concordato la linea da tenere: l'esecutivo andrà avanti con l'agenda prevista, portando in aula tutti i provvedimenti che sono stati messi in calendario. A fare da spartiacque per la fine della legislatura sarà la legge di stabilità che dovrebbe essere definitivamente approvata entro la fine di dicembre in Senato. A quel punto Napolitano potrà sciogliere le Camere e indire le elezioni probabilmente il 10 marzo. Visto che un Election Day il 3 e 4 febbraio non è più possibile. Il presidente della Repubblica non ha alcuna intenzione di mandare Monti a incassare una nuova fiducia alle Camere, dandogli un reincarico. Questo, è il ragionamento, potrebbe provocare scossoni nei delicati equilibri finanziari internazionali. Più di quanti già non ce ne siano con l'accelerazione alla crisi data da Berlusconi. Napolitano punta invece ad arrivare alla scadenza del governo senza strappi. E ieri, intervenendo a un convegno in Campidoglio, in piena crisi alla Camera, ha fatto capire che questa sarà la linea che terrà. «L'ho detto a Monti – ha spiegato – stanno venendo al pettine nodi antichi e distorsioni e questo governo non può sentirsi carico di responsabilità per quanto sta accadendo o di tutti i problemi che stanno esplodendo». Dopo la difesa dell'esecutivo è arrivata la strigliata ai partiti: «Le forze politiche, pur nella durezza del contraddittorio devono avere consapevolezza del limite oltre il quale non si deve spingere la loro discordia. Sappiamo che l'imminente conclusione della legislatura e quindi l'avvicinarsi delle elezioni per il Parlamento stanno suscitando crescenti tensioni tra le forze politiche, da oltre un anno impegnate nel sostenere un governo cui non partecipassero esponenti dei partiti». Però, è l'avvertimento, «dobbiamo assolutamente evitare che in questa fase di convulsione politica si oscurino i risultati raggiunti», perché abbassare lo spread «è stato un grosso risultato e non bisogna bruciare la fiducia». Ma tutto questo – è il passaggio fondamentale del suo discorso – non porterà a una fine anticipata della legislatura. «Ci sono tensioni politiche pre-elettorali che anche fuori d'Italia possono essere comprese senza suscitare allarmi sulla tenuta istituzionale del nostro Paese – ha avvertito – Questa tenuta è fuori questione. Ho il dovere di riaffermarlo pubblicamente e mi sento in grado di farlo». Infine il passaggio sulle prossime elezioni, chiedendo ai partiti una valutazione «obiettiva e serena» sui «tempi necessari e opportuni per una proficua preparazione del confronto elettorale». Riservandosi «di compiere nelle prossime ore i conseguenti utili accertamenti». Stamani, infatti, Angelino Alfano, salirà al Quirinale a spiegare la posizione del Pdl, garantendo comunque l'impegno del suo partito a votare la legge di stabilità. Subito dopo Napolitano potrebbe ascoltare anche Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini per verificare se la maggioranza ancora c'è. Da parte sua Mario Monti non ha alcuna intenzione di avviare trattative con i partiti e men che mai con il Pdl. Il premier considera il partito di Alfano assolutamente inaffidabile, troppo schiacciato sugli umori volubili di Berlusconi. Quindi andrà avanti con i provvedimenti in agenda portandoli in aula e sottoponendoli al voto. Approfittando di ogni «scivolone» del Pdl per sottolineare che non è il governo a bloccare la strada delle riforme. Del resto Monti non si è fatto neppure intimorire dall'attacco che è arrivato ieri mattina dal Pdl al Senato. Che aveva come obiettivo il decreto legislativo sull'incandidabilità. Il premier in consiglio dei ministri è andato avanti senza esitazioni. Rigettando anzi la palla della responsabilità di aver scritto il testo proprio al Pdl. Sono loro, è stato il ragionamento, ad aver chiesto di approvarlo e noi lo abbiamo fatto. E Monti non ha neppure «addolcito» il testo cancellando la norma che prevede che i deputati che vengono condannati quando sono eletti debbano lasciare il mandato. Anzi, ha specificato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà, «l'accertamento della causa di incandidabilità avviene d'ufficio sia per la Camera che per il Senato e non sarà rimesso ad un'autodichiarazione». Ciò, ha aggiunto, «dà una maggiore garanzia dell'immediatezza prima delle elezioni, visto che dopo il voto sarà il Parlamento a decidere su requisiti e decadenza dalla carica di parlamentare».