Premessa.

IlPdl è alle prese con le giravolte di Silvio Berlusconi. Beppe Grillo è impantanato nel tentativo di regolare il tasso di democrazia del suo Movimento 5 Stelle. Così, in attesa di capire qualcosa di più sul futuro di Mario Monti, il Pd doveva cercare di far riaccendere i riflettori su di sé. Dopotutto la spinta delle primarie si è ormai esaurita, i sondaggi hanno cominciato a registrare un lieve calo e da alcuni giorni le analisi politiche hanno sottolineato più le paure di Pier Luigi Bersani che la sua capacità di proporsi come candidato credibile per guidare l'Italia del dopo-Monti. Che fare? La risposta è semplice: primarie. Primarie per decidere quali saranno i candidati in lista alle prossime Politiche. Perché non c'è niente di meglio che fare appello agli elettori per scardinare il Porcellum e il perverso meccanismo delle liste bloccate. Applausi quindi al Pd che aveva annunciato le «parlamentarie» e, nonostante elezioni anticipate di un mese, le ha confermate. Questa, però, è la premessa. Lo svolgimento mostra tutti i difetti di una scelta probabilmente più elettorale che sostanziale. A partire dalla data: un giorno a scelta tra sabato 29 e domenica 30 dicembre. L'ironia e anche qualche malumore per una data a ridosso del Capodanno vengono subito stoppati con la spiegazione ufficiale sintetizzata in un video disponibile sul sito di Youdem, la televisione del partito. Le Politiche, almeno di sorprese, dovrebbero svolgersi il 17 febbraio. Questo significa che le liste vanno presentate entro le 20 del 14 gennaio (35 giorni prima). Lo statuto del Pd stabilisce che, prima di essere presentate, debbano essere approvate dalla Direzione nazionale (convocabile l'8 e 9 gennaio) e da quelle Regionali (convocabili il 4-5 gennaio). Ecco la scelta, obbligata, del 29 o 30 dicembre. Che però lascia aperta una domanda: come faranno i parlamentari uscenti, con pochi giorni di campagna elettorale a disposizione, a conquistare i consensi? «Ho mantenuto rapporti con il territorio - commenta a caldo Ermete Realacci -, ma certo il consigliere regionale che sta lì, ha maturato una rete più ampia...Non so, così mi pare che si favorisce solo l'apparato o, peggio, la clientela». L'attenzione, così, si sposta sulle regole. Lunedì 17 è previsto un incontro dalla Direzione nazionale del Pd che darà la linea ufficiale. Ieri, intanto, la segreteria ha fissato alcuni punti. Potranno votare gli iscritti e chi ha partecipato alle primarie del 25 novembre a patto «che al momento del voto si dichiarino elettori del Pd», mentre gli eleggibili saranno scelti dagli «organi territoriali» e dagli iscritti. Anche in questo caso l'impressione è che a comandare saranno i «ras» locali. Che tradotto alla luce dei risultati delle recenti primarie per la premiership, significa semplicemente che sarà Bersani. Dopotutto è stato Matteo Renzi a dichiarare orgoglioso: «Su 110 segretario provinciali 107 erano contro di noi». Non proprio una premessa entusiasmante visto che il 22 e 23 dicembre saranno le direzioni provinciali a dare il via libera alle rose di candidati. Così non stupisce che Roberto Reggi, l'uomo che ha coordinato la campagna delle primarie del sindaco di Firenze, faccia le pulci alla decisione annunciata dalla segreteria. «Anzitutto - spiega intervistato dall'Huffington Post - mi piacerebbe sapere se hanno l'elenco dei 3 milioni e 200 mila votanti delle primarie. Secondo me non ce l'hanno. E poi: se ci si deve dichiarare elettori del Pd al momento del voto, tanto vale aprire la platea a chiunque, anche a chi non ha votato alle primarie. Perché mettere vincoli alla partecipazione?» «Se devo essere nominato per candidarmi - prosegue -, non mi interessa. Mi candido solo se posso fare appello direttamente al voto dei cittadini». Considerazioni che, però, non sembrano essere condivise dal resto della truppa renziana. «La data non mi sembra felicissima - commenta il portavoce del sindaco Marco Agnoletti - ma fare le primarie per i parlamentari è la scelta giusta. Forse persino inevitabile». C'è poi un ultimo nodo da sciogliere. Ed è quello della riserva che il segretario dovrebbe avere a sua disposizione per scegliere direttamente chi mettere in lista senza passare dalle primarie. Dovrebbe essere il 20%, ma più di qualcuno vuole capire chi ne farà parte. Una cosa è certa con questa mossa Bersani si è cavato dall'impaccio di dover trattare direttamente con i capicorrente i posti in lista. Non solo, ma ora molti deputati uscenti «pesanti», se esclusi dalla «riserva», rischiano di non essere ricandidati. Anche per questo i giovani bersaniani insistono nel chiedere che tutti i membri del gruppo dirigente si sottopongano alle primarie. E c'è anche il nodo ricorsi: se qualcuno degli esclusi decidesse di rivolgersi alla magistratura? Le sentenze, è presumibile, arriverebbero molto dopo la presentazione delle liste. Magari quando i candidati contestati sono già seduti in Parlamento. Insomma, l'annuncio c'è. Ma forse non basterà.