L'ipotesi più probabile è la sconfitta.

Unpo' per scaramanzia, un po' per realismo. Anche se subito dopo sottolineano che è la «più probabile, non l'unica». La possibilità della vittoria c'è e sarebbe da stupidi non provarci fino alla fine. Dopotutto il sindaco di Firenze ha già conquistato a sorpresa le primarie che gli spalancarono le porte di Palazzo Vecchio, ma ha anche ottenuto, domenica scorsa, un risultato probabilmente al di sopra delle stime dei suoi avversari. Che mai avrebbero immaginato di dover pagare dazio in zone storicamente «rosse» come Toscana, Umbria e Marche. Verrebbe quasi da dire che Renzi le sue primarie per la leadership del centrosinistra, indipendentemente dal risultato finale di stasera, le abbia già vinte. Ha dimostrato di avere radicamento territoriale, di non essere affatto sgradito all'elettorato democratico e «di sinistra», di avere un proprio peso all'interno della coalizione e del Pd. Non solo, la sua discesa in campo ha favorito sia la partecipazione alle primarie sia la risalita nel sondaggi del partito (oggi è attorno al 30%). E a ben vedere il merito è stato soprattutto della sua battaglia sulla rottamazione, della capacità di intercettare il malcontento di tanti militanti e dirigenti locali democratici (e non solo) stanchi di un gruppo di potere che da 20 anni fa e disfa a suo piacimento. Evidentemente con scarsi risultati. Non a caso ieri ha voluto chiudere la sua campagna elettorale a Pontedera. Dove ha già vinto al primo turno e che, oltre ad essere la città della Piaggio, è il feudo di Enrico Rossi, attuale governatore della Toscana e nemico giurato di Matteo. Insomma, i big che non ha «rottamato» strada facendo, li ha «rottamati» nelle urne. Magari pentendosi di aver prepensionato qualcuno che, a conti fatti, avrebbe potuto dargli una mano in corso d'opera. Un nome su tutti: Walter Veltroni. Il sindaco ha molti punti in comune con l'ex segretario e infatti la maggior parte dei cosiddetti veltroniani ha scelto la sua metà del campo. Non Walter che, seguendo l'esempio di Romano Prodi, ha preferito non schierarsi. Così tra i due è sceso il gelo. Anche se mercoledì sera, nel corso del confronto televisivo con Pier Luigi Bersani, il «rottamatore» ha rispolverato un termine caro all'ex sindaco di Roma: la «vocazione maggioritaria». Con il leader Pd che piccato ha risposto: «L'ultima volta che siamo andati da soli ha vinto Berlusconi». Chissà cosa avrà pensato in quel momento Veltroni. E la «vocazione maggioritaria» è tornata anche ieri, secondo dei 20 punti che Matteo ha elencato per illustrare le differenze tra «noi» e «loro». Nell'ordine «noi»: «vogliamo abolire il finanziamento pubblico ai partiti»; «abbiamo rispettato tutte le regole»; «non abbiamo vitalizi»; «abbiamo messo online tutte le spese»; «vogliamo che l'Italia scommetta sulla green economy, sull'abolizione dei sussidi alle solite imprese, sulle piccole manutenzioni»; «siamo considerati berlusconiani, loro si sono dimenticati del conflitto di interessi»; «vogliamo semplificare il processo tributario» («loro hanno fatto il decreto che dà i poteri a Equitalia»); «proponiamo l'accordo con la Svizzera»; «vogliamo un codice del lavoro con pochi articoli chiari»; «proponiamo la civil partnership»; «abbiamo messo in squadra più donne che uomini»; «abbiamo dimezzato il numero degli assessori»; «proponiamo per il Sud la rivoluzione del merito e della conoscenza»; «proponiamo di restituire dignità sociale al maestro»; «vogliamo una Rai libera dai partiti»; «siamo per le autonomie locali basate sui comuni»; «siamo portatori di una speranza»; «vogliamo mandare a casa chi è stato in Parlamento per 15 anni»; «se perdiamo saremo leali fino alla fine della campagna elettorale». In fondo Matteo, anche sconfitto, non ha alcun interesse ad andarsene. Governasse Bersani dovrebbe solo aspettare l'ennesima caduta del governo di centrosinistra. Governasse Mario Monti potrebbe prendere in considerazione la possibilità di correre per la leadership del Pd. Ha tutto il tempo per pensarci e decidere. Ha 37 anni, vada come vada, il futuro è suo.