Il decano dei periti «Il Dna non basta a condannare»

Loafferma il medico legale Angelo Fiori, uno dei periti all'epoca del delitto. «Questa sentenza sottolinea come non si possa usare solo il Dna nei processi, ma vadano prese in considerazione tutte le prove», afferma Fiori a margine di una conferenza sulla genetica forense organizzata dall'università Cattolica di Roma. «Già all'epoca - prosegue Fiori - era emerso che il sangue trovato sulla porta era incompatibile con il gruppo di Busco, e questo secondo me già bastava a non includerlo nei sospettati. Ci si è basati invece solo sul Dna trovato sul presunto morso sul seno, ma senza tenere conto del fatto che c'erano quelli di tre persone, e non solo di Busco». D'accordo con l'analisi anche Vincenzo Pascali, che è stato uno dei consulenti della Procura di Roma: «C'è stata una mancanza di lucidità nella valutazione delle prove - afferma - la sentenza è dovuta al fatto che si sono considerate conclusive delle evidenze che invece non lo erano». «Il Dna ha potenzialità enormi, ma anche dei punti deboli, soprattutto quando si analizzano tracce di materiale genetico - spiega Loredana Buscemi, Segretaria dell'associazione dei genetisti forensi italiani (Gefi) - bisogna avere il coraggio di ammettere che la prova non è conclusiva, o considerare tutti i risultati e non solo quelli che favoriscono l'una o l'altra teoria». Esulta il perito della difesa. «Finalmente sono venuti fuori dei dati oggettivi, che noi sostenevamo da tempo», è il primo commento di Giuseppe Novelli, genetista dell'università di Tor Vergata di Roma e perito, alla notizia dell'assoluzione di Busco. «I dubbi che avevamo sollevato si sono rivelati fondati - aggiunge Novelli a margine dalla Cattolica di Roma - innanzitutto i reperti erano conservati male, perché all'epoca non c'erano le cautele di oggi. Inoltre non c'è nessuna prova che la traccia di Dna di Busco sul seno della vittima fosse effettivamente di saliva. Poi c'è il fatto che il sangue sulla porta era di un gruppo diverso da quello di Busco». Secondo Novelli c'è stato un eccesso di confidenza nell'analisi del Dna: «Il test del Dna è oggettivo, ma quando si lavora su tracce ci possono essere problemi, e a un certo punto ci si deve arrendere a dei risultati inconclusivi - sottolinea - inoltre nel codice genetico no c'è il nome dell'assassino, i dati poi vanno analizzati e interpretati». Insomma, secondo il perito ma anche il risultato del processo in corte d'assise d'appello, non stati presi in considerazione da parte dell'accusa tutti gli elementi che possono portare all'individuazione dell'assassino. Concentrarsi troppo sul Dna è stato, alla fine, controproducente.