La sinistra lo scarica. I moderati lo difendano

Ve ne siete accorti? La stampa ed i talk show di sinistra (non lo diciamo in chiave critica: sono loro a rivendicare questa legittima scelta di campo), Repubblica in testa, hanno lasciato nella scuderia il cavallo di battaglia dell'era del Cavaliere che cosa dice di noi la stampa straniera. Fatto ancora più curioso perché fioccano gli elogi per l'Italia, cosa non molto abituale. E clamoroso per l'articolo dedicato dal Wall Street Journal a Mario Monti di cui Il Tempo ha informato ieri i lettori. L'editoriale, che segue a ruota quello analogo del Financial Times, non solo paragona Monti a Margaret Thatcher e alla sua battaglia contro le Trade unions nell'Inghilterra declinista degli anni Ottanta, ma entra nel merito della questione dell'articolo 18. In questi termini: «In Italia le leggi sul lavoro sono tra le più restrittive dell'Occidente. Monti ha proposto di sostituirle con un generoso sistema di fine rapporto garantito allorché i dipendenti siano licenziati per ragioni economiche. Nella maggior parte dei Paesi liberi questa riforma rappresenterebbe un utile, seppur lieve, passo in avanti». Si dirà: è l'opinione dell'organo della comunità finanziaria americana, il Paese «del liberismo selvaggio», come continuano a definirlo molti politici e commentatori di casa nostra. Peccato che tanta barbarie mercatista abbia propiziato gli accordi che hanno rimesso in piedi Gm, Ford e Chrysler e hanno consentito alla Union of auto workers, il sindacato che dovrebbe essere l'equivalente della Fiom, di difendere i posti di lavoro, realizzare una ricca plusvalenza sulle azioni, tutelare la previdenza e la sanità che essi stessi avevano messo in gioco. Allo stesso modo in Germania i dipendenti della Volkswagen hanno incassato un bonus medio di 7.500 euro per aver centrato assieme all'azienda i target di bilancio per i quali avevano accettato flessibilità di orari e di retribuzioni. Il modello tedesco è quello che in questi giorni viene citato come un mantra dal Pd, e dal direttore di Repubblica, quale alternativa alla riforma dell'articolo 18 predisposta da Elsa Fornero. Ma né il Pd né la Cgil spiegano che quel modello poggia su due pilastri: un forte aiuto dello Stato (che vi impegna ogni anno circa 140 miliardi di euro mentre noi diamo soldi alla cassa integrazione), e soprattutto la cogestione tra datori di lavoro e sindacati. Sarebbe possibile da noi? A parte i costi, occorrerebbe che alla Fiat i delegati di Maurizio Landini, anziché denunciare l'azienda per violazione della Costituzione e farsi escludere dalle rappresentanze sindacali, accettassero di sedere in consiglio di amministrazione assieme agli uomini di Sergio Marchionne. La nostra sinistra ha mai discusso una cosa simile? Ne sta per caso parlando adesso?   Un paio di anni fa, quando ancora c'era Berlusconi e vennero firmati gli accordi separati sul lavoro (in quanto la Cgil se ne andò dal tavolo) una prospettiva di cogestione e compartecipazione agli utili e al rischio di impresa, venne lanciata dalla Cisl. Che si beccò la scomunica non solo dalla Cgil, ma anche da gran parte della Confindustria. E quindi non se ne fece nulla. È un esempio. Ma spiega, assiema ad altri, quella che secondo noi è la vera schizofrenia di questo periodo. Visto dall'estero, da quei Paesi in cui il sindacalismo moderno è nato ed è stato perfino battezzato come cultura fordista, il caso Monti viene considerato come una chance storica per l'Italia. Visto dall'Italia è invece vissuto come anomalia democratica, una ferita da sanare, una fase transitoria da chiudere al più presto, per citare Massimo D'Alema. Per tornare finalmente alla politica del corridoio, in cui le notizie non nascono dai fatti e dal mondo difficile e globalizzato, ma dalle rassicuranti comparsate santoriane. Ieri Mario Sechi ha raccontato come sia stata per ora evitata dalle forze moderate la trappola dalemiana. Che doveva sfociare nelle elezioni ad autunno, congedando così Monti e Fornero e portando al governo il patto di Vasto con Di Pietro e Nichi Vendola: perché – citiamo sempre il leader Maximo – «dopo dieci anni di berlusconismo da cui il governo Monti ci sta portando fuori, l'Italia ha bisogno di una svolta a sinistra».   Insomma, per l'attuale maggioranza del Pd, in asse con la Cgil, Monti ha già fatto il suo lavoro di liberare il Paese dal Cav. Ora lo si può congedare, arrivederci e grazie: è il momento di una Unione 2.0. È in questa linea che si innesta l'offensiva di sciopero generale della Cgil, che formalmente parte da un aspetto serio ma marginale (i riflessi della riforma delle pensioni sui lavoratori "esodati"), a cui il governo può e deve rimediare. In realtà l'obiettivo è riportare in Italia e nella politica del Paese, dopo trent'anni, la lotta di classe. Che altro sono infatti gli scioperi utilizzati come grimaldello politico e l'appello al ritorno della sinistra al governo? La pallina del flipper continua quindi a rimbalzare tra Cgil e Pd, ma lo score non è esaltante. E si rischia il game over: l'Italia non è affatto fuori dall'area di pericolo, come testimoniano le ultime aste di Ctz e Bot, che hanno sì fatto registrare cali di rendimento, ma inferiori alle speranze, così come la domanda. Oggi c'è la prova più attesa, quella dei Btp decennali; ci si arriva però con uno spread che non riesce a tornare stabilmente sotto i 300 punti. Quando diciamo che la situazione dell'Italia vista dall'estero è una cosa, e dai salotti politici italiani un'altra, intendiamo questo. Ieri mattina Monti ha parlato nella sede del colosso multimediale giapponese Nikkei, proprietario dell'Asahi Shimbun, quello che da bambini sentivamo citare come il quotidiano più venduto del mondo. Adesso è il secondo del Giappone, ma il primo per influenza del mercato asiatico mentre Nikkei è anche l'indice della borsa di Tokyo. Il capo del governo ha detto che le sue riforme sono impopolari ma gli italiani le capiscono, mentre i partiti hanno perso consenso perché «in passato la loro offerta politica è stata carente». E ha aggiunto: «Quando torneranno al potere saranno un po' diversi perché più consapevoli rispetto alla richiesta di governance da parte degli italiani. I partiti hanno visto come l'opinione pubblica sia più matura di quanto pensassero: la gente sembra apprezzare un modo meno esasperato di gestire le questioni». Concetti da noi rilanciati così: «Il governo ha il consenso, i partiti no». Lo spread tra la realtà vista da fuori e quella immaginata dalla politica italiana è ben lungi dal chiudersi. Non è ancora il tempo di ripassare la palla ai partiti. Anche perché oggi la vera politica in Italia la fanno Monti, Fornero, Napolitano. D'Alema, che si è sempre piccato di essere grande stratega lasciando a desiderare sulla tattica, con la sua apertura a sinistra ha mostrato di capirlo benissimo. Adesso, di che cosa ci sia dietro l'angolo, devono convincersi i moderati. Se rinunciano a Monti si suicidano, mandando nel contempo l'Italia a naufragare su qualche spiaggia delle Cicladi.