Soltanto Pier può salvare la legislatura

Iscritto d'ufficio alla corsa al Quirinale già quando era presidente della Camera e si avvicinava all'età minima dei 50 anni richiesta dalla Costituzione per l'elezione a presidente della Repubblica, mentre mancavano ormai pochi mesi alla scadenza del mandato di Carlo Azeglio Ciampi, il mio amico Pier Ferdinando Casini è chiamato in questi giorni dalle circostanze politiche al ruolo apparentemente più modesto di bagnino. Ma non di spiaggia, con il suo bel pattino a disposizione, il salvagente e tutte le altre attrezzature necessarie al salvataggio del malcapitato o imprudente di turno. Egli si trova a dover fare per gli interessi generali, prima e più ancora che per i suoi di leader del nuovo partito che ha messo in cantiere nel cosiddetto terzo polo, il bagnino di questa tormentatissima, di nuovo annaspante legislatura. Sulle Camere, infatti, come lui stesso ha ammonito l'altro ieri intensificando i sospetti di Mario Sechi, tradottisi in un sonoro e salutare allarme, è tornata ad allungarsi l'ombra di una crisi di governo. A tal punto da indurre ieri il presidente del Consiglio in persona a intervenire, avvertendo che non si lascerà logorare a fuoco più o meno lento sulla graticola della ormai improcrastinabile riforma del mercato del lavoro, e dei licenziamenti. Che è osteggiata da una sinistra sfascista, tentata dall'avventura delle elezioni anticipate nonostante una perdurante e grave crisi economica e finanziaria. Ma oltre alla legislatura e al governo tecnico di Mario Monti, questo strano e provvidenziale bagnino politico di lusso che si trova ad essere Casini, con la sua capacità di iniziativa e con i numeri parlamentari di cui dispone, limitati ma pur sempre utili in un sistema ormai solo apparentemente bipolare dopo tutto quello che è successo nei mesi scorsi, è chiamato a proteggere dai rischi di una crisi anche gli ultimi, preziosissimi 520 giorni del mandato presidenziale di Giorgio Napolitano. Che è poi il vero, più grosso obbiettivo degli sfascisti. I quali, non essendo riusciti a strappargli nello scorso autunno, dopo le dimissioni del governo di Silvio Berlusconi, quel turno di elezioni anticipate da cui si sentivano favoriti, vorrebbero riprovarci adesso. E tentare di mettere quindi nell'angolo persino il capo dello Stato, visto anche il consenso da lui espresso alla contestata riforma del mercato del lavoro, e dei licenziamenti, predisposta dal governo tecnico. Il presidente Napolitano, che di questa ed altre innovazioni era sostenitore già prima di insediarsi al Quirinale, sin dai tempi della sua militanza minoritaria e "migliorista" nel Pci, ha di sicuro esperienza, prestigio e forza morale per continuare a tenere dritta la barra. Ma ha pur sempre bisogno di sponde in una Repubblica che è parlamentare, per quanto provvidenzialmente gestita da lui all'occorrenza con piglio presidenzialista, o quasi. E nel gioco di sponda Casini può essergli utile, con il prevedibile e augurabile concorso del Pdl. I cui gruppi parlamentari, per quanto indeboliti obbiettivamente dalla crisi procurata a Berlusconi anche dalla involuzione degli ormai ex alleati leghisti, rimangono pur sempre quelli più consistenti. Casini è incorso non a caso ieri nel sarcasmo de "l'Unità", che ne ha scritto nella pagina dei commenti, con la mano di Francesca Fornario, come di un santone indiano "in bilico con una gamba alzata per quattro anni", capace di "stare contemporaneamente a destra e a sinistra" e deciso ora a fare approvare in Parlamento la riforma del lavoro tanto contestata dalla Cgil e partiti annessi. Forse non gli si perdona neppure il merito di avere proposto lui sei anni fa l'elezione di Napolitano al Quirinale. Cosa che fece dissolvere come neve al sole la candidatura di Massimo D'Alema, dalla quale per un po' era sembrato tentato persino Berlusconi, dopo avere perduto per un pugno di voti le elezioni politiche.