Sospensioni e censure non fermano i leghisti

Dopo le proteste la Lega è costretta a pagare pegno. Ad alzare il "cartellino" sono proprio il presidenti di Camera e Senato Gianfranco Fini e Renato Schifani che hanno voluto punire quei lumbard che nei giorni scorsi hanno dato libero sfogo alle proteste a Montecitorio e a Palazzo Madama. Il primo a prendere la decisione è stato proprio Fini che, riunito l'Ufficio di presidenza, ha deciso si sospendere per tre giorni dai lavori d'Aula Fabio Rainieri per i fatti avvenuti in occasione dell'esame della manovra la scorsa settimana quando, assieme al collega Gianluca Buonanno, avevano occupato i banchi del governo mostrando cartelli contro il pagamento dell'Ici. Pena trasformata in censura per Buonanno dato che il deputato leghista si è presentato alla riunione dell'Ufficio di presidenza di ieri mattina riconoscendo il suo errore. Censura che è arrivata anche per il capogruppo leghista al Senato, Federico Bricolo e a Roberto Calderoli, Massimo Garavaglia e altri 12 esponenti del Carroccio che mercoledì avevano fischiato contro il governo in Aula e avevano srotolato uno striscione verde con la scritta «Governo ladro». Provvedimento che, al posto di far rientrare nei ranghi i parlamentari nordisti, non ha fatto altro che diventare motivo di vanto. Ed è proprio Calderoli a commentare la vicenda: «Siamo orgogliosi della censura che ci è stata comminata, perché continuiamo a ritenere illegittimo questo Governo e illegittima la maggioranza che lo sostiene e a considerare il tutto come un colpo di Stato. La manovra va contro il popolo allora chi rappresenta il popolo, come noi, ha il dovere di fare di tutto per fermarlo, costi quel che costi! E siamo solo all'inizio...». E infatti ieri al Senato i lumbard hanno continuato nella protesta impedendo al presidente Schifani di non sospendere la seduta prima dell'inizio delle repliche del presidente del Consiglio al dibattito sulla manovra. In particolare, i senatori della Lega, alzando il tono della voce quando il microfono veniva loro chiuso, avevano lamentato «mancanza di democrazia nei nostri confronti». Ma il clou della bagarre è iniziata quando, alla fine dell'intervento di Bricolo, i colleghi senatori nordisti hanno iniziato a gridare: «Libertà! Libertà!». Un intervento definito dal centrosinistra «decisamente provocatorio», che ha creato momenti di tensione nell'emiciclo del Senato. Soprattutto quando Bricolo ha ironizzato sui 150 anni del Paese: «Mentre voi festeggiate i 150 anni dell'Italia io, che sono veneto, preferisco celebrare la Serenissima che ha governato per mille anni. La storia va avanti e tutto può accadere, anche che, con questa manovra, i popoli del Nord possano riprendersi la propria libertà». E così, per l'ennesima volta, la Lega torna a minacciare la secessione.