"Bravo Monti. Finalmente riforme"

Onorevole Cazzola, la manovra del governo Monti prevede molti sacrifici. Pensa che siano ispirati all'equità? «Verrebbe voglia di dire alla sinistra: "Avete voluto la bicicletta? Ora pedalate!". Guardi, a me dell'equità importa poco. Mi interessa molto, invece, l'efficacia della manovra, che si misura sulla possibilità di restituire credibilità ad un Paese che è sull'orlo del default. Il resto sono solo chiacchiere al vento. Pensi alla questione dell'imposta patrimoniale: un mix di ideologismo e di velleitarismo in un Paese in cui non esiste un'anagrafe dei patrimoni. Molto più efficace ritornare all'Ici. Non mi sembra che vengano colpiti contribuenti che non siano in condizione di fare un sacrificio. Le maggiori entrate devono essere certe, non affidate all'aleatorietà della lotta all'evasione. A vedere la reazione di certi editorialisti mi è venuto il dubbio che si sentano colpiti nei loro redditi e che scrivano in totale conflitto di interessi. Mentre apprezzo la determinazione di Monti e dei suoi ministri. Mi ricordano il governo Amato del 1992».   Ma quelle del governo Monti sono riforme strutturali o soltanto un modo di coprire i debiti? «Se le misure sulle pensioni saranno confermate, credo che eviterò di brindare soltanto perché non bevo alcolici. È almeno da un quarto di secolo che denuncio lo scandalo delle pensioni di anzianità. Solo in questo periodo sono andati in pensione 4 milioni di cinquantenni o poco più che intaseranno il sistema per un quarto di secolo e con trattamenti medi pari ad almeno il doppio di quello delle pensioni di vecchiaia. L'introduzione pro rata del calcolo contributivo costituisce una vera e propria svolta in gradi di superare quel privilegio di massa rappresentato dal retributivo, un sistema che – con riferimento all'attesa di vita al momento della quiescenza – ha "regalato" 9-10 anni ai dipendenti e 20 anni agli autonomi di prestazioni erogate, non coperte dalla contribuzione versata. Lo sa che almeno la metà del debito pubblico dipende dal sistema pensionistico che ha erogato, per decenni, trattamenti privi di adeguata copertura contributiva? Debito pubblico e risparmio privato sono due facce della stessa medaglia: le famiglie hanno potuto risparmiare più che in altri Paesi perché hanno potuto disporre dei beni pubblici a costi ridotti».   Sulle pensioni di anzianità si poteva fare di più? «Si poteva fare di più sul canale che consente il pensionamento con 40 anni di anzianità a prescindere dall'età anagrafica. Piuttosto che allungare il requisito avrei preferito l'introduzione di un requisito anagrafico. Ma va bene così». Crede che i sindacati e la Lega, che sbraitano contro le nuove misure previdenziali, tutelino davvero i lavoratori più deboli?  «Il problema non è questo. Se il Paese salta per aria, saranno i lavoratori e i ceti più deboli a pagare i costi sociali più elevati. A perdere tutto, ben più di qualche decina di euro di pensione». C'è qualcosa che lei avrebbe inserito nella manovra? «Mi sarebbe piaciuto veder inserita anche la revisione dell'articolo 18 dello Statuto, allo scopo di rendere più flessibile l'uscita dal lavoro, pur in un quadro di flexecurity come richiesto nella lettera della Bce del 5 agosto. Capisco però che non era materia per un decreto». Secondo lei che cosa dovrebbe fare ora il Pdl? «Votare la manovra senza troppi mal di pancia. E fare un po' di autocritica per aver avuto sovente meno coraggio del governo dei professori. In ogni caso questo esecutivo crea certamente più problemi alla sinistra che a noi».