I diciassette anni in carica del Cav

A dispetto delle apparenze, il quasi ventennio politico di Silvio Berlusconi si chiude, almeno per ora, con la stessa imprevedibilità e lo stesso coraggio dell'inizio. Il Cavaliere ha spiazzato gli amici che lo spingevano verso una ridotta elettorale così come a cavallo fra il 1993 e il 1994 spiazzò chi lo spingeva a non scendere in politica per non esporre a troppi rischi le sue aziende. Sulle quali si erano già allungate le antenne dei magistrati per i forti e notissimi legami del fondatore della Fininvest con Bettino Craxi. Che era la preda giudiziaria di quegli anni. Allora Berlusconi non sentì ragioni. Prima tallonò Mario Segni e la Dc di Mino Martinazzoli perché allestissero una coalizione di centrodestra competitiva con il Pds-ex Pci di Achille Occhetto e alleati minori in vista delle elezioni anticipate, le prime con il sistema semi-maggioritario generato dalle urne referendarie. E di fronte al rifiuto di Segni e di Martinazzoli provvide lui alleandosi al Nord con la Lega di Umberto Bossi e nel Centro-Sud con il Movimento Sociale di Gianfranco Fini. Fu la prenotazione di 17 anni di assoluto protagonismo politico del Cavaliere. Che avrebbe rovesciato con il suo stile, le sue idee, diciamo pure con il suo schema bipolare di gioco il sistema politico e persino istituzionale d'Italia, senza neppure bisogno di cambiare la Costituzione. O cercando di farlo senza riuscirvi, avendo varato nel 2006 una riforma costituzionale bocciata però dal referendum confermativo promosso dalle opposizioni. Adesso Berlusconi si è dimesso da presidente del Consiglio, e soprattutto si è ben disposto verso una rapida soluzione della crisi con la formazione di un governo guidato dal neo-senatore a vita Mario Monti, nonostante molti, all'interno del suo partito e nei dintorni, lo incitassero a mettersi di traverso per varie ragioni. Che sarebbe forse meglio definire però emozioni. Per non trovarsi, per esempio, a sostenere il nuovo governo insieme con il Pd di Pier Luigi Bersani, con il terzo polo di Pier Ferdinando Casini, Fini e Francesco Rutelli e forse anche con l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro: partiti, raggruppamenti e uomini impegnatisi sino alla spasimo per sfrattarlo da Palazzo Chigi: chi combattendolo da sempre, come nei casi di Bersani, Rutelli e Di Pietro, e chi contrastandolo da meno tempo, come Casini e Fini, suoi ex alleati di governo e persino compagni di partito, dopo la confluenza di Alleanza Nazionale-ex Movimento Sociale e Forza Italia nel movimento politico chiamato Popolo della Libertà. O per non rompere troppo con la Lega, dichiaratasi all'opposizione al solo annuncio dell'ipotesi di un governo Monti sostenuto dal Pd e dal terzo polo. O per difendere il primato della politica di fronte alla formazione di un governo più o meno propriamente chiamato tecnico. O, infine, per non lasciarsi scappare l'occasione di una campagna elettorale sulla ben poco popolare imposta patrimoniale, reclamata o sostenuta dal Pd e dal terzo polo ma avversata dal centrodestra, soprattutto dal Pdl. Non so francamente sino a che punto Berlusconi sia stato davvero tentato da queste ragioni o emozioni, come lo hanno rappresentato ieri un po' tutti i giornali, soprattutto quelli più ostili, interessati a descriverlo ai propri lettori come un leader chiuso in un bunker, pronto a mettere «a ferro e a fuoco» il Paese, come aveva scritto già al preannuncio delle sue dimissioni il direttore della Repubblica Ezio Mauro. Ma so che egli non è caduto in questa trappola. E, fattisi i conti economici e politici dell'operazione, ha capito che di un governo Monti, e delle misure che esso dovrà prendere per mettere l'Italia al passo con l'Europa e allentare l'assedio degli speculatori ai titoli del debito pubblico italiano, è destinata a fare elettoralmente le spese più la sinistra, che l'ha maggiormente reclamato per scalzarlo da Palazzo Chigi, che la sua parte politica. E ne ha tratto le logiche conseguenze anche per non correre il rischio, fra l'altro, di vedersi accollare la responsabilità di ulteriori attacchi speculativi ai titoli di Stato italiani nel caso di una mancata, rapida soluzione della crisi di governo. Pur se politicamente e cinicamente strumentalizzata dai suoi avversari, la turbolenza dei mercati ha obbiettivamente tolto acqua al mulino delle elezioni anticipate e non poteva più essere ignorata o sottovalutata da Berlusconi né come leader politico, né come presidente uscente del Consiglio, né come imprenditore. Si è anche detto e scritto in questi giorni che con il quasi ventennio politico del Cavaliere si chiude pure la cosiddetta Seconda Repubblica, da lui rappresentata e solitamente contrapposta alla Prima, rovesciata nel biennio 1992-93, prima ancora che da lui stesso, dai magistrati con le loro indagini e i processi contro protagonisti e attori degli allora partiti di governo. E si è anche detto e scritto, quasi con sollievo, come per sostenere un ritorno alla normalità, che la Seconda Repubblica chiude per spinta politica e non giudiziaria. O sotto l'incalzare più dei mercati che delle Procure della Repubblica, come se la politica potesse sentirsi commissariata dai magistrati e non anche dai mercati, quando sono questi ultimi a dettarne l'agenda e i tempi. Temo tuttavia che la realtà sia diversa da quella che una simile rappresentazione vorrebbe. La mano giudiziaria non è estranea neppure alla caduta o all'esaurimento, se tale è, della cosiddetta Seconda Repubblica. Berlusconi avrebbe avuto, per competenza e temperamento, tutte le qualità e le occasioni per fronteggiare l'assedio dei mercati e degli speculatori se la sua immagine pubblica non fosse stata danneggiata da un altro assedio, di ben altra natura e di più lunga durata: quello dei magistrati e dei giornali, nazionali e stranieri, che ne hanno raccolto e moltiplicato sospetti e accuse, processandolo e condannandolo ben prima dei tribunali. Dove magari il Cavaliere riuscirà anche ad essere assolto, come gli è già capitato, ma troppo tardi rispetto ai tempi della sua partita politica, o almeno di quella che si è chiusa ieri con le sue dimissioni. So che la storia non si scrive con i «se». Ma alla cronaca forse può essere permesso. Senza l'incombenza, diciamo pure l'ossessione, dei tanti processi che lo incalzano Berlusconi avrebbe probabilmente potuto fronteggiare meglio le difficoltà politiche di questi ultimi mesi. Egli avrebbe potuto, per esempio, contrastare con maggiore forza i veti dei leghisti sulla strada delle misure economiche chieste dalla Banca Centrale Europea per mettere al sicuro nei mercati i titoli del nostro debito pubblico. E avrebbe potuto persino precedere e spiazzare i suoi avversari con una crisi per mettere il Paese al passo con l'Europa, avendo più titoli e storia di loro per farlo.