La mossa del cavallo spiazza tutti

La «mossa del cavallo» di Giorgio Napolitano è stata la nomina dell'ex commissario europeo Mario Monti a senatore a vita. Con essa, il capo dello Stato si è proposto di saltare gli ostacoli dei «veti incrociati» che, già prima dell’apertura formale della crisi, tutte le forze politiche avevano posto in essere. È stata una mossa abile - si vedrà, in tempi brevissimi, se anche vincente - che dimostra come il Quirinale, in un momento così critico per il futuro del Paese, non voglia affatto starsene alla finestra e intenda, anzi, muoversi con decisione attraverso iniziative che, insinuandosi fra i paletti posti dalla Costituzione, puntano a trasformare richiami e suggerimenti da manifestazioni di moral suasion a precise indicazioni politiche. La nomina di Monti a senatore a vita rientra proprio in questa categoria di iniziative: stempera, infatti, la connotazione «tecnica» naturalmente associata al nome del presidente della Bocconi e sottolinea stima e gradimento di Napolitano per una personalità particolarmente gradita all’establishment economico-bancario internazionale e al mondo degli eurocrati. In altre parole - pur senza essere un’indicazione precisa (che non avrebbe potuto essere fornita) per la guida di un nuovo governo - questa nomina è una specie di post-it con il nome di Monti scritto di pugno dal presidente della Repubblica e da lui stesso trasmesso alle forze politiche: un messaggio in codice, insomma, facilmente decifrabile. Si vedrà molto presto se sarà possibile centrare l’obiettivo, propiziato tramite il Quirinale dal mondo politico ed economico-finanziario internazionale, dell’ascesa di Monti alla presidenza del Consiglio. E, nell’eventualità in cui tale obiettivo venga raggiunto, si vedrà presto se esso si rivelerà davvero un effettivo contributo alla stabilità politica dell’Italia e al suo risanamento economico necessario per uscire dal tunnel della crisi. O non sarà, piuttosto, una ennesima occasione per confermare l’atavica incapacità a fare le riforme strutturali. Proprio ieri, il neo-senatore a vita, parlando a Berlino, ha ricordato che "la crescita richiede riforme strutturali" che eliminino "ogni privilegio": un programma di governo (tale è il senso non esplicitato, ma trasparente, di questa affermazione) attorno al quale si dovrebbe coagulare un consenso trasversale ovvero, per usare le parole di Monti, si dovrebbero ricomporre le "molte divergenze intellettuali". Il che, va da sé, è un’impresa di Sisifo. Intanto, un dato di fatto va subito rilevato. La sola ipotesi di un governo Monti, messa sulla rampa di lancio dall'abile "mossa del cavallo" di Napolitano, comincia a manifestare i suoi effetti sull'intero sistema politico. Essa, infatti, ha già provocato alcune scosse telluriche, per il momento di bassa intensità, all'interno del centro-sinistra e all'interno del centro-destra, con inequivocabili prese di posizione da parte dell'Italia dei Valori e della Lega. Il terremoto ha, però, il suo epicentro nel Pdl. Questo rischia una frattura profonda se non addirittura un'implosione, che aprirebbe la strada a processi di scomposizione e ricomposizione dell'area moderata e rischierebbe di mettere in forse la stessa logica del bipolarismo. Il che, sia detto per inciso, fa capire perché il vertice convocato da Berlusconi a Palazzo Grazioli per discutere l'atteggiamento del Pdl di fronte all'ipotesi di un incarico a Monti si sia concluso con il rinvio a un ufficio di presidenza del partito per cercare "una sintesi fra le varie posizioni esistenti all'interno del movimento". La sintesi non sarà facile: neppure un abile negoziatore come Talleyrand riuscirebbe a realizzare un compromesso indolore fra chi sottolinea la "caratura internazionale di Monti" e chi, invece, pensa che la formazione di un governo diverso da quello indicato dalle urne equivalga a un "colpo di stato". In altre parole, il governo tecnico o di emergenza o di larghe intese (o comunque lo si voglia definire) finirebbe per determinare, nel medio e lungo periodo, una vera e propria trasformazione del sistema politico: questo, infatti, perderebbe il carattere bipolare fondato sulla contrapposizione-alternativa fra centro-destra e centro-sinistra e segnerebbe un ritorno alla prassi delle coalizioni di governo, più o meno larghe, assestate stabilmente al potere in posizione quasi oligopolistica e contrastate da opposizioni incapaci, perché impossibilitate dalla logica del sistema, di diventare alternativa. E, del resto, che l'ipotesi di un governo del genere equivalga - dal punto di vista della struttura del sistema politico - a un ritorno al passato lo dimostra il fatto che, stando alle indiscrezioni e ai rumours politico-giornalistici, di esso potrebbero far parte personalità simbolo della prima repubblica (per esempio un Giuliano Amato) o personalità rimaste fuori dalla corsa alla presidenza della Banca d'Italia e che verrebbero "indennizzate" con la nomina a ministro. Una "restaurazione di sistema", insomma, come se, dagli anni novanta non fosse passata acqua sotto i ponti della storia. Questa percezione che ci si trovi di fronte a un ritorno del passato è, a ben vedere, il principale motivo per il quale all'interno del Pdl sembrano ancora prevalere una posizione di indisponibilità nei confronti dell'ipotesi di un governo Monti, malgrado l'apertura di Berlusconi, e una certa preferenza per il ricorso anticipato alle urne. Il che, sia detto per inciso, non significa che si tratti di una posizione destinata a prevalere: le pressioni internazionali sono forti, la speculazione non da tregua. A riprova del fatto che la politica ha perso il primato.