I Radicali liberi imbarazzano il Pd. Bindi: "Stronzi"

«Gli stronzi sono stronzi». Massima un po' rozza ma efficace quella con cui il vicepresidente Pd della Camera Rosy Bindi risponde all'omologo Pdl Maurizio Lupi che esce trionfante dall'Aula di Montecitorio annunciando che il governo, dopo la prima chiama, ha i numeri per incassare la fiducia. «Gli stronzi» sono i deputati Radicali eletti nelle liste dei Democratici che, ancora una volta, hanno deciso di non rispettare gli ordini di scuderia. Perché dopo l'Aventino versione ridotta di giovedì (20 minuti fuori dall'emiciclo e poi tutti in piazza a dichiarare), ieri l'opposizione ha tentato la mossa a sorpresa. Prima è rimasta in Transatlantico durante le dichiarazioni di voto dei gruppi di maggioranza, poi ha disertato la prima chiama nella speranza di far mancare il numero legale. Secondo i calcoli di Pd, Idv e Terzo Polo, infatti, il centrodestra, con assenze e diserzioni, non era in grado di raggiungere quota 315. Cioè non aveva la maggioranza. Il discorso è tecnicamente opinabile visto che a dicembre il governo incassò la fiducia con 314 voti e dieci mesi dopo è ancora qui. Ma l'importante era dare un segnale. A questo punto entrano in gioco i Radicali. In Aula la tensione è alle stelle. Denis Verdini, l'uomo dei numeri del Pdl, si muove come una trottola. Telefona, chiama a sé i deputati, controlla che tutti siano presenti. Seduto al fianco del capogruppo Fabrizio Cicchitto, il segretario Angelino Alfano è una sfinge. L'impressione è che si fatichi a raggiungere il numero legale. Ma ad un certo punto i volti si rilassano. Qualcuno indica il lato sinistro dell'emiciclo. In basso, proprio dove passano i deputati che vengono chiamati nominalmente a votare la fiducia, c'è un piccolo gruppetto. Riconoscibilissimi i volti di Rita Bernardini e degli altri Radicali. Manca solo Elisabetta Zamparutti che è all'estero. Qualche secondo e anche loro sfilano sotto lo scranno del presidente Gianfranco Fini. Votano no, ma la presenza è garanzia assoluta di raggiungimento del numero legale. E costringe il resto delle opposizioni ad entrare per partecipare alla seconda chiama. Qui la domanda nasce spontanea: sono stati determinanti? A conti fatti no. Senza i Radicali e i deputati delle minoranze linguistiche che votano subito dopo, il governo avrebbe potuto comunque contare su 315 sì. Ma qualcuno parla di effetto traino. Marco Beltrandi, il primo «dissidente» ad essere chiamato, è il 298°. Quindi ha votato quando non c'era ancora il numero legale. Lo sapeva o no? E se lo sapeva, perché lo ha fatto? I maligni parlano di un incontro con Francesco Nitto Palma in cui il Guardasigilli avrebbe preso impegni concreti sulle istanze sollevate dai Radicali. Altri rispolverano il sempreverde motivetto delle convenzioni di Radio Radicale. Fatto sta che ancora una volta il clima tra il partito di Marco Pannella e il Pd torna teso. Rosa Calipari e Giovanna Melandri improvvisano un «processo» in Aula scagliandosi contro Beltrandi, Maurizio Turco e Maria Antonietta Coscioni. Il capogruppo democratico Dario Franceschini spiega che la «scelta politica, fatta come sempre senza comunicarci nulla, resta enorme». «I Radicali dimenticano che ci sono momenti topici in cui ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Li rispetto ma non condivido il loro comportamento» gli fa eco il leader dell'Idv Antonio Di Pietro. E Pier Luigi Bersani ripete ciò che aveva già detto giovedì quando, sempre in assoluta autonomia, i Radicali erano entrati in Aula non rispettando l'Aventino delle opposizioni: «Si sono sospesi, seguono la loro strategia. La seguano, noi abbiamo altro da fare». Di certo il segretario gradisce sempre meno il «regalo» fattogli dal suo predecessore Walter Veltroni che nel 2008, incurante delle critiche, decise di offrire a Pannella e ai suoi posti sicuri alla Camera e al Senato. Sul fronte opposto si registra la replica del segretario dei Radicali italiani che, sul sito del Foglio, spiega: «Noi siamo all'opposizione di questo governo e di queste opposizioni, troppo spesso uniti nel furto di denaro e di democrazia. Prima di chiamarci "stronzi", cari amici, riflettete e, se avete voglia, apriamo quel dialogo pubblico che da sempre negate a voi stessi e al Paese». Pannella non è da meno: «È la Bindi e il Pd che sono fuori di testa. Noi ci siamo autosospesi dal gruppo da un anno e mezzo. Noi siamo una delegazione autonoma nel gruppo già da allora. Sono fuori di testa perché fanno solo servizi a Berlusconi: sono responsabili del successo di Berlusconi. Sono patologicamente masochisti. Noi siamo opposizione al regime. Loro sono opposizione del regime». Insomma, doveva essere il giorno della fine del Cavaliere e invece, ancora una volta, è l'opposizione a spaccarsi. Così a Bersani non resta che commentare laconico: «Abbiamo dimostrato che erano al pelo e abbiamo fatto tutto quello che potevamo in una battaglia parlamentare, ma non basta».