Bandiere a mezz'asta per i Paesi «cicala»

L'ultimoattacco a Italia e Grecia è invece partito da un Paese fuori dall'Eurozona, la Svezia: il ministro delle Finanze di Stoccolma, Andres Borg, ha giudicato «molto preoccupante» la situazione nei due Paesi e ha definito «quasi farseschi» i comportamenti dei politici di Atene e Roma. L'Unione europea, schiacciata dal peso della crisi dei debiti sovrani, registra ormai quasi quotidianamente episodi che segnalano tensioni interne e divisioni. E questo mentre non riescono a decollare due iniziative cruciali per superare le attuali difficoltà: il varo della riforma della governance economica e l'applicazione degli accordi del 21 luglio per il salvataggio della Grecia e la stabilità dell'euro. In questo contesto, le dimissioni di Juergen Stark dalla Bce, così come le critiche di Borg e la provocazione di Oettinger, sono solo gli ultimi episodi di una battaglia intestina che - unita agli effetti di una crisi che ha puntato i riflettori su Italia e Grecia - sta facendo sbandare pericolosamente l'Ue e rischia di mandarla in pezzi. In prima linea nella guerra che si sta combattendo sul fronte del debito ci sono, dalla parte dei «falchi», Germania e Francia. Dopo aver imposto a tutti la partecipazione dei privati al secondo salvataggio della Grecia - decisione che ha scosso i mercati - Berlino, insieme a Parigi ha lanciato la proposta di creare un vero e proprio governo dell'economia dell'area euro. Un'idea apprezzata nelle sue finalità - assicurare la sorveglianza sui conti pubblici dei Paesi membri e il coordinamento delle rispettive politiche fiscali e macroeconomiche - ma che viene vista con molta proccupazione a Bruxelles perché, così come congegnata, si andrebbe a collocare al di fuori dell'attuale quadro istituzionale e soprattutto al di sopra di qualsiasi controllo parlamentare e «democratico». A indicare quanto sia profonda la spaccatura interna all'Ue tra Nord o Sud - o meglio tra Paesi virtuosi e cicale - sono anche le posizioni assunte da Paesi ancora più intransigenti rispetto a Francia e Germania. A cominciare dalla Finlandia, che ormai da settimane tiene in ostaggio il secondo piano di salvataggio della Grecia, partorito con grandi difficoltà dal vertice dell'Eurogruppo del 21 luglio scorso, perché pretende garanzie supplementari «ad hoc» da Atene. Un carro su cui si sono affrettati a salire altri «falchi» come Austria, Slovenia e Slovacchia.