Regolamento di conti attorno a Giulio

{{IMG_SX}}L’Italia è sotto attacco sui mercati: ieri il differenziale tra Btp e Bund ha raggiunto i 222 punti, nuovo record storico dopo quello di 214 di venerdì. Tremonti è sotto attacco nel governo. Guido Crosetto, sottosegretario vicino al Cavaliere, definisce «da psichiatra» le bozze della Manovra filtrate da Via XX Settembre. Marco Milanese, consigliere politico del ministro, si è dimesso dopo che è affiorato il suo ruolo (e quello di Manuela Bravi, compagna di Milanese e portavoce di Tremonti) come informatore nell'inchiesta P4 della procura di Napoli. Dalla quale è indagato per tutt'altre faccende. La sua testimonianza mette nel mirino di John Woodcock i vertici della Guardia di Finanza, che sempre dal ministero dell'Economia dipendono. La Banca d'Italia fa le barricate contro le «ingerenze esterne» incarnate dalla candidatura di Vittorio Grilli, direttore del Tesoro e primo collaboratore di Tremonti, per la successione a Mario Draghi. Sabato l'assemblea dei soci della Bpm, la banca del tremontiano Massimo Ponzellini, ha bocciato la richiesta della stessa Bankitalia sulle modalità di voto per delega. Ci fermiamo qui. Ce n'è abbastanza per temere che la maionese sia prossima all'impazzimento. Di fatto, un uomo è al centro di tutti questi incroci: Giulio Tremonti, appunto. Volente o nolente, per sua iniziativa o perché tirato in ballo dai parenti-serpenti. Perfino il no della Lega al salvataggio di Napoli da quei rifiuti che grazie a De Magistris dovevano miracolosamente sparire, viene avvicinato alla fine del ruolo di raccordo tra Berlusconi e Bossi svolto da Tremonti. Oggi in concomitanza con il vertice del Pdl sulla manovra economica e la riforma fiscale, a due giorni dal Consiglio dei ministri che dovrebbe approvarle ed a tre dal Consiglio nazionale in cui Angelino Alfano cercherà di dare un senso da partito vero al movimento del Cavaliere, una cosa è certa: la solitudine del ministro. Che continua ad abbinarsi ad un potere enorme: Tremonti è pressoché il terminale e garante unico dell'economia, in Italia e in Europa. Nell'articolo qui a fianco Antonio Martino, ex ministro degli Esteri e della Difesa negli anni della guerra al terrorismo internazionale, economista liberale e cosmopolita della scuola di Chicago, fondatore di Forza Italia, si rivolge con sensibilità istituzionale al Capo dello Stato non per risolvere il problema Tremonti, ma quella che individua come la questione a monte. E cioè la riforma Bassanini che ha imposto, con l'accorpamento dei ministeri, di concentrare nelle mani di uno solo responsabilità un tempo divise tra Finanze, Tesoro, Bilancio e programmazione. Mestieri in conflitto, osserva saggiamente Martino, specie quelli di chi si occupa delle entrate (Finanze) e delle spese (Tesoro). Con buona pace della collegialità del governo e della sintesi politica che dovrebbe essere operata da chi lo presiede, che pure sono stabilite dalla Costituzione. Ragionamento impeccabile. Sennonché tutto dipende da come ciò è stato tradotto in pratica. E quindi dalla politica: basta vedere gli ultimi tre governi. Il centrodestra del 2001-2006 fu il primo ad attuare l'accorpamento, ed anche allora Tremonti venne accusato di eccesso di potere. Ma una coalizione più ampia, con i centristi di Casini e gli aennini di Fini, e la Forza Italia un po' più partito e un po' meno predellino, bilanciò quel potere. Fin troppo: Tremonti fu costretto alle dimissioni. L'esecutivo successivo di Romano Prodi si comportò come spesso fa la sinistra, aggirando la forma con la sostanza. Il ministro era Tommaso Padoa Schioppa, ma il suo potentissimo vice (finché non inciampò nella vicenda Speciale) fu Vincenzo Visco, mentre allo Sviluppo economico sedeva Pier Luigi Bersani. Visco e Bersani erano le punte di diamante degli ex Ds, destinati a bilanciare il potere di Prodi e Tps. Ed infatti i decreti del luglio 2006, con la stretta fiscale, furono a firma loro. Onore al merito, comunque: un partito vero si dota di una classe dirigente. E quindi non consente un duello infinito che ricorda un celebre film dei Sessanta: Becket e il suo re. Tratto dal dramma Becket ou l'honneur de Dieu, è la storia del conflitto tra Enrico II d'Inghilterra e l'arcivescovo di Canterbury, Thomas Becket, che lui stesso elegge. Finché, non riuscendo a manovrarlo, è costretto ad ucciderlo per salvare la Corona. L'anomalia Tremonti nell'attuale governo sta esattamente in questo: unico al quale il premier ha delegato ogni potere e la soluzione di ogni problema – in economia e non solo – il ministro è stato però l'alibi verso colleghi spesso litigiosi, e talvolta impreparati. Il Cavaliere lo ha mal sopportato, certo, ma se n'è anche giovato. Basta ricordare il lungo interim dello Sviluppo economico, che pure dovrebbe essere un dicastero di punta, le offerte a vuoto a Montezemolo e alla Marcegaglia. Ora che il meccanismo è saltato, il problema è di capire i rischi di un Tremonti in bilico. Dopo il weekend di guerriglia, ieri è stata la giornata delle rassicurazioni. Tre pagine sulla legge delega fiscale (le tre aliquote Irpef, aumento dell'Iva, scomparsa dell'Irap dal 2014, sopressione dell'Ice). Quattro erano state le cartelle dedicate da Tremonti a un disegno di legge che dovrebbe (o doveva) colpire drasticamente i costi della politica: al quale abbiamo applaudito. In mezzo a queste sette paginette c'è però uno stillicidio sulla manovra economica che rappresenta un incubo per il Cavaliere, per il centrodestra ma soprattutto per milioni di cittadini di ogni idea politica. Tagli e rinvii di pensioni, contratti, blocco degli investimenti, una scure che dovrebbe abbattersi sul Sud e sugli stipendi pubblici sopra 50 mila euro. Non stiamo parlando di caste e privilegi, ma di retribuzioni di docenti universitari, funzionari dello Stato, dirigenti di istituti e forze dell'ordine: l'ossatura del Paese, il ceto medio. Quello che si rimproverava alla sinistra di taglieggiare. Coloro che le leggi e le riforme dovrebbero oltretutto attuarle, e vigilare sul merito e la disciplina dei sottoposti: con quale spirito è facile intuire. Siamo ancora alla pialla dei tagli orizzontali, più facili e immediati di quelli verticali e selettivi invocati da tempo come gli unici per conciliare rigore e sviluppo, e soprattutto eliminare davvero la spesa improduttiva, da un arco di personalità che va da Mario Draghi a Mario Baldassarri, tutti con la dignità di analisi e cifre. Non stiamo parlando di estremisti né di avversari politici. Ma se non si esce da questa logica, se non si recupera la dura fatica della scelta, che a sua volta può essere solo frutto della politica, se non si ascolta una classe dirigente moderata che pure esiste, la resa dei conti intorno a Tremonti potrà essere di nuovo rinviata, ma non di molto.