Il diritto di stare a casa

Ho troppo rispetto per il referendum come istituto di democrazia diretta perché possa recarmi alle urne per esprimere il mio parere sui quattro quesiti sottoposti al giudizio dei cittadini. Quando, infatti, come sta accadendo in questi giorni, il referendum da strumento di «democrazia diretta» diventa strumento di «demagogia diretta» è bene tenersi da parte. Quanto meno per salvaguardarlo come istituto. La politicizzazione del referendum - il fatto, cioè, di caricarlo esplicitamente di una valenza antigovernativa e, ancor più, antiberlusconiana nella speranza che i suoi risultati, quali che siano, possano contribuire a far cadere, con una spallata, il governo di centrodestra - è uno stravolgimento della sua stessa natura. Che non è affatto quella di presentarsi come una sorta di ordalia o giudizio divino sulla politica generale del governo e del premier, ma piuttosto quella di esprimere una valutazione sulla sopravvivenza o meno di un provvedimento legislativo. E passi pure il fatto che il tentativo di politicizzare l'attuale consultazione giunga dagli esponenti di una opposizione che è, comprensibilmente, ringalluzzita dai risultati delle recenti amministrative ma che appare sempre più tracotante, irresponsabile e inadatta, per mancanza di programmi alternativi e di coerenza interna, a gestire il paese. Passino pure, dunque, le uscite e le esternazioni dei Di Pietro e dei Bersani e di tutti coloro che vogliono veicolare il messaggio, falso e ingannevole, secondo il quale il raggiungimento del quorum sarebbe sintomo di maturità democratica del paese e, per converso, il mancato raggiungimento dello stesso riprova della sua immaturità o, peggio, indicazione del fatto che la democrazia italiana sarebbe a rischio. Passino, insomma, queste baggianate, se sono, come sono, strumentalmente utilizzate da un manipolo di politici di professione interessati, più che alle sorti del paese, alla conquista spregiudicata del potere e alla eliminazione, con ogni mezzo possibile, del nemico politico. Sono altre voci che non avrebbero dovuto farsi sentire in questa contingenza. O che, semmai, avrebbero dovuto essere più caute. A cominciare da quella del Capo dello Stato, il quale ha dichiarato, tempo fa, di fronte a una precisa domanda sul suo atteggiamento nei confronti del referendum, di essere un «elettore che fa sempre il suo dovere». Espressa, così come è stata espressa, la dichiarazione di Napolitano ha lasciato passare, sia pure subliminalmente, il messaggio che «dovere», quanto meno morale, del cittadino elettore sia, anche nel caso del referendum, recarsi alle urne. Cosa che, in realtà, non è dal momento che la stessa previsione di un quorum minimo da raggiungere per la validità della consultazione referendaria lascia intendere come sia più che legittima la scelta di non recarsi alle urne. C'è stata, insomma, nella frase del presidente della Repubblica, una ambiguità, forse non voluta ma di fatto funzionale a utilizzazioni strumentali dei sostenitori della necessità di votare al solo scopo di raggiungere il quorum e di brandire questo risultato come un'arma impropria per chiedere le dimissioni del governo. Che il referendum rappresenti il più significativo istituto di democrazia diretta è fuor di dubbio. Ed è per questo che io, come tutti coloro che credono fermamente nelle istituzioni liberali e democratiche, ne sono un convinto sostenitore. Si tratta di una manifestazione di esercizio della sovranità popolare regolata da un provvedimento legislativo apposito, che ne definisce carattere, limiti, modalità di svolgimento. La sua introduzione - e si tratta, non dimentichiamolo, di referendum abrogativo - all'interno dell'ordinamento giuridico italiano, come attuazione di una norma costituzionale, avvenne con un patteggiamento da prima repubblica: approvazione della legge sul divorzio e approvazione della legge sul referendum. Una contropartita, insomma, che lasciasse speranze alle forze politiche contrarie al divorzio. Era il 1970. Le cose andarono come andarono. Il primo referendum, quello appunto sulla legge Fortuna-Baslini, svoltosi nel 1974, registrò una forte affluenza (l'82%). Da allora si sono svolte altre 61 consultazioni referendarie abrogative che hanno visto progressivamente calare il livello di affluenza alle urne fino a poco più del 20% degli aventi diritto al voto. È un dato impressionante, che non deve essere preso sottogamba. La colpa non è dei cittadini, ma dei politici che non hanno tenuto presenti le indicazioni dell'elettorato o che, peggio, hanno trasformato il referendum in un strumento per legiferare, al di fuori del Parlamento, in modo surrettizio, proponendo l'abolizione non di una legge ma di parti di essa in modo tale da snaturarne il significato. Arturo Labriola, uno dei padri del sindacalismo rivoluzionario italiano, pubblicò nel 1897 opuscolo intitolato Contro il referendum. Vi sosteneva la tesi che il referendum era sì un istituto di democrazia diretta - a quei tempi molto se ne discuteva tra studiosi e politici - ma era, anche, a suo dire, uno strumento pericoloso che conteneva in sé il rischio di possibili manipolazioni e di eventuali derive plebiscitarie. Oggi, a distanza di più di un secolo, le parole di quell'intellettuale partenopeo trovano conferma. Ma il referendum è un istituto troppo importante perché lo si lasci morire. È necessario rivederlo, intervenendo sulla legge istitutiva, per evitare che possa essere sempre più strumentalizzato. E proprio per questo oggi chi, come me, crede nell'importanza di questo istituto non deve recarsi alle urne. Per non renderlo, ancora di più, uno strumento al servizio dei politicanti che vogliono usarlo solo in chiave antigovernativa.