Il centrodestra badi al sodo

Costituiscono una indubbia e positiva novità le aperture fatte da Silvio Berlusconi all’uso delle primarie anche nel Pdl per sceglierne i vertici e i candidati alle elezioni, in un quadro naturalmente ben regolato. Meglio se con una legge, che garantisca davvero i partiti dal rischio di essere condizionati dalle "infiltrazioni" esterne giustamente temute dal presidente del Consiglio. Il Cavaliere ha evidentemente avvertito la necessità di voltare pagina nella gestione del suo partito: cosa che lo ha già portato peraltro a rivalutare e adottare la figura del segretario politico, che sembrava sino a qualche settimana fa procurargli l’orticaria ricordandogli vecchi e non sempre gloriosi movimenti politici. Con le primarie Berlusconi si sarebbe risparmiato probabilmente l’imbarazzo che deve avergli impedito di fare a meno, nelle ultime elezioni amministrative, di candidati non proprio all'altezza delle sfide, visti i risultati. Le primarie non possono tuttavia esaurire le attese di un elettorato di centrodestra che ha fatto così rumorosamente sentire il suo malcontento nelle urne, o le ha apposta disertate. Sarebbe, per esempio, difficile dare torto a chi, alle prese proprio in questi giorni con i suoi adempimenti tributari, considerasse un alleggerimento della forte pressione fiscale più primario, diciamo così, delle primarie. La tenuta dei conti meritoriamente garantita dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti tra le incomprensioni e l’insofferenza anche di molti colleghi di governo, a volte persino del presidente del Consiglio, al netto di certe sue smentite, non sarebbe incompatibile con una riduzione concreta delle tasse se si avesse il coraggio di tagliare meglio e di più le spese. Basterebbe, per esempio, rispettare l’impegno elettorale del Pdl, incautamente contestato poi dalla Lega, di abolire questi costosi e inutili carrozzoni che sono diventate le province dopo l’attuazione delle regioni, e nel contesto del processo federalista in corso.