Ora primarie nazionali. Vendola sfida il Pd

Anvedi come balla Nichi. Mentre Bersani con un'intervista su «Il Messaggero» fa il filo al Terzo Polo perché «l'alternativa è più vicina con moderati e progressisti», il compagno Vendola lo supera a sinistra con una bomba lanciata sulle pagine del Fatto Quotidiano: «Primarie nazionali subito». Primarie di coalizione da cui evidentemente il Pd uscirebbe a pezzi perché i candidati vincenti sono tutti smarcati dal partito. L'elenco lo fa lo stesso Vendola nell'intervista rilasciata a Luca Telese: «Siamo la seconda forza della sinistra, il quarto partito. Superiamo il 10% a Bologna, l'8% a Gorizia, a Cagliari siamo al 7%, a Torino quasi al 6%». E ancora: «Sel ha un anno: avevamo promesso di riaprire la partita. L'abbiamo fatto nelle città in cui l'impresa pareva impossibile – a Cagliari, a Milano – mobilitando tutta la coalizione su candidati competitivi. Possono farci mille critiche, ma questo è un fatto». Poi Nichi, cala l'asso: «Siamo tornati a giocare e a vincere nelle città, grazie alle primarie: bisogna fare altrettanto a livello nazionale». Primarie che Vendola vuol giocare perché sa di poter vincere, conquistando quel popolo progressista che da tempo sente il disperato bisogno di tornare a sognare. Perché ha capito - come Berlusconi a destra - che per conquistare la massa occorre sedurla. Come ha dimostrato l'esito del primo round delle amministrative. I candidati vincenti di Bersani sono tutti lontani dal Pd. Antagonisti. Pisapia uomo sostenuto proprio da Vendola e lontano anni luce dalle posizioni bersaniane, è stato l'outsider che alle primarie ha sconfitto il candidato ufficiale del partito, Stefano Boeri. A Napoli Mario Morcone, è finito terzo, stracciato dal De Magistris messo a correre da Tonino Di Pietro. A Cagliari, il signor nessuno Massimo Zedda, ha fatto secco il candidato del Pd alle primarie, Antonello Cabras. E se, come ha detto Vendola al Fatto, le primarie milanesi «sono state il fascio di luce che ha illuminato le crepe dei totem della destra», quelle nazionali di coalizione possono accendere un faro sulle crepe dei totem della sinistra. Magari pensionando il Pd. Perché vendolianamente parlando, Sel è «l'increspatura del mare che si fa onda. In un Paese paralizzato e immobile, finalmente, siamo riusciti a far scendere la sinistra dal lettino dello psicanalista, a finire l'autoflagellazione». Tafazzi-Bersani non vuole le primarie, anzi prima le voleva e poi ha frenato dicendo che sono premature. Invece Nichi Vendola è convinto che il centrosinistra debba avere «una proposta autonoma, un'agenda, un leader che lancia la sfida». E chiede da quasi un anno di aprire un cantiere sulla società civile. Ma dal leader del Pd, nisba. I due non si sono neppure sentiti dopo il voto. Bersani tende la mano al Terzo Polo e Vendola rilancia attaccando «chi dice: Si vince solo al centro! come se fosse un dogma di fede. Sembrano il protagonista di Aspettando Godot, sempre in attesa di qualcosa che non arriva». In casa del centrosinistra aspettano ma sentono gli spifferi. «Se il premier è lo sconfitto, il vincitore è Bersani, persona determinata e generosa. In questi anni è stato molto sottovalutato. Ma è riuscito a tenere il rapporto con il Terzo Polo e a ottenere disciplina da Vendola e Di Pietro, due politici molto talentuosi ma spesso indisciplinati», ha detto Enrico Letta, vicesegretario del Pd all'«Espresso», facendo quadrato attorno al capo. Quanto ai rapporti interni al partito, Letta assicura che «il vero punto di forza è che oggi siamo più uniti. Alla riunione del coordinamento, dopo la sua relazione Bersani ha avuto un applauso caloroso. Tutti hanno detto inutile discutere, chiudiamo qui. Abbiamo imparato. La politica non può essere gestita con la logica dell'amministratore di condominio. Dobbiamo essere un po' meno Forrest Gump. Vorrei che provassimo a somigliare di più a Jack Sparrow, pirata dei Caraibi». Sì, vabbè. Ma occhio a Nikita Vendola.