Il Pd si gioca tutto e rispolvera Prodi

Quando nel gennaio 2008 gli chiesero se nel suo futuro ci fosse qualcos’altro oltre il «lavoro di nonno», Romano Prodi rispose sibillino: «Il nonno non è incompatibile con altre professioni». Un modo delicato per dire che, nonostante la seconda esperienza a Palazzo Chigi si fosse conclusa malamente come la prima, l'avventura politica del Professore era tutt'altro che terminata. Infatti a settembre arrivò la nomina a capo di un gruppo di esperti dell'Onu e dell'Unione africana che doveva occuparsi delle missioni internazionali per il mantenimento della pace in Africa. E i maligni pensarono subito ad una rivincita nei confronti di Walter Veltroni che da neosegretario del Pd aveva contribuito non poco ad agitare le acque della maggioranza guidata da Romano. Proprio lui, il sindaco di Roma che sognava il Continente nero, si era lasciato tentare dalle sirene della presidenza del Consiglio rimanendo, però, a bocca asciutta. Conquistata l'Africa Prodi entrò presto, anche grazie alle prestazioni elettorali dei Democratici, nella galleria dei rimpianti del centrosinistra. E il suo nome cominciò ad essere invocato ogni volta che le cose sembravano volgere al peggio: alle Europee, durante le varie ristrutturazioni interne del Pd ma, soprattutto, alle elezioni comunali nella sua Bologna. Chiusa anticipatamente la stagione del prodiano Flavio Delbono, mai iniziata quella dell'astro nascente Maurizio Cevenini, il Professore sembrava la carta giusta da giocare sotto le Due Torri. Magari con l'appoggio dell'Udc di Pier Ferdinando Casini. Ma lui ha sempre declinato gli inviti riservandosi il ruolo del «Padre nobile» che osserva e, al massimo, consiglia. Fino ad oggi. Venerdì sera, un po' a sorpresa, il Professore si è presentato in piazza Maggiore dove Pier Luigi Bersani concludeva la campagna elettorale di Virginio Merola. Nelle scorse settimane qualcuno lo aveva accusato di non essersi impegnato troppo per il candidato sindaco del centrosinistra. Roberto Calderoli, qualche ora prima, lo aveva apostrofato: «Il vecchio professor Prodi, che è uno che ci vede lungo, ha rifiutato la candidatura, non viene a far la chiusura e ha spedito una letterina». Ma un Padre nobile non può accettare di essere dipinto come «tiepido». Così non solo Romano è tornato nella piazza che lo aveva accolto trionfante dopo le vittorie alle Politiche del 1996 e del 2006, ma è salito sul palco prendendo la parola. E il suo discorso ancora prima che di sostegno a Merola, è stato di critica a Silvio Berlusconi: «Dove è andato a fare campagna elettorale ha portato un'ulteriore punta di volgarità, la volgarità è diventata la sua bandiera». Concetto ripetuto ieri in un'intervista all'Unità: «Gli ultimi giorni di Berlusconi sono stati una roba incredibile, offensivi della dignità dell'Italia. Ovunque è andato ha portato ulteriori punte di volgarità. La volgarità è diventata la sua bandiera, che ci fa vergognare nel mondo. Per questo dobbiamo impegnarci, votare. Dobbiamo vincere per salvare la dignità di questo Paese dalla volgarità del premier». E ancora: «A Bologna bisogna vincere, e vincere già al primo turno. Il mio impegno è questo. Per Bologna e per il Paese. Soprattutto adesso che la campagna elettorale è diventata una sorta di referendum generale, con una valenza politica nazionale evidente»; «È un voto che può incidere molto. Il braccio di ferro più simbolico è quello di Milano e Napoli. Ma anche Bologna avrà un peso: da qui può partire un segnale forte al Paese». Insomma «nonno» Romano è tornato in prima linea. A confermarlo anche un articolo su Repubblica dal titolo rivelatore: «La nuova corsa di Prodi. "Io pronto ad aiutare, mai lontano dal gruppo"». Sul quotidiano, che da tempo coltiva l'ambizione di dettare la linea al Pd, il Professore viene descritto come il «traghettatore» tra il centrosinistra del passato e quello del futuro, impegnato a non perdere la propria rete di rapporti, sempre prodigo di consigli per un'opposizione che arranca. Un «Grande Vecchio», lo definisce Repubblica, che coltiva un sogno: il Quirinale. È al Colle che il Professore sembra guardare con sempre maggiore interesse. Ma prima bisogna vincere le elezioni perché solo un Parlamento con una maggioranza di centrosinistra gli consentirebbe di ambire alla successione di Giorgio Napolitano. Per questo Prodi è tornato. Per salvare il Pd dalle secche in cui sembra finito e condurlo all'appuntamento con le Politiche del 2013. Dopotutto fare il presidente della Repubblica è sicuramente compatibile con il «lavoro di nonno». E lui, che attende il sesto nipote, lo sa bene.