Umberto l'africano

La crisi beduina è grave ma non seria. La Padania esiste, solo che non è quella che immagina Umberto Bossi. O meglio, non è tutta così. La prova è che la Lega è sulla piazza della politica da oltre vent’anni, presidia il territorio di riferimento, ma non è mai riuscita a trasformarsi in un partito per la maggioranza degli elettori del Nord. La realtà, piaccia o meno, è che senza i voti di Berlusconi non ci sarebbero mai stati governi nazionali e locali a trazione leghista. Certo, qualcuno potrebbe dire che la formula vale anche al contrario, senza Bossi non c’è Berlusconi, ma attenzione: il Carroccio esce dal suo anonimo garage del Varesotto solo quando il Cavaliere scende in campo. Prima è un puntino nell’universo politico, pulviscolo del Nord. Dopo Silvio, cresce come un satellite importante che ruota intorno a un pianeta gigante in via di formazione. Che succede oggi? La coppia scoppia? Silvio e Umberto si separano in nome di Maroni? La storia ci dà dei fatti a cui agganciare il presente. Quando Umberto fece le prove tecniche di distacco dal Cavaliere, subito dopo la crisi del 1994, fece partire saette, rutti, tuoni e fulmini contro l’uomo di Arcore, ma non trovò una grande strada spianata. No voti, molti limits. E infatti l’uomo in canottiera tornò all’alleanza con Forza Italia in breve tempo. Il fatto è che solo restando nella scia berlusconiana la Lega è riuscita a pesare, conquistare potere (vedere alla voce lottizzazione) e condizionare il governo. Ma allora cosa sta succedendo? Si apre una crisi nella maggioranza? L'asse del Nord è incrinato per sempre? Ho la netta impressione che il rampantismo leghista di queste settimane sia figlio di un calcolo errato di Bossi e dei suoi colonnelli. Troppa sicurezza. Pensano che siano già maturi i tempi della «autonomizzazione» del Carroccio da Berlusconi e il giochetto sia solo una questione di tempo. Non nego un fondamento a questa visione delle cose, ma se è così, allora porta direttamente a due risultati possibili: 1. la Lega corre da sola e ritorna automaticamente un partito secessionista e anti-sistema; 2. la Lega fa un patto con il Pd, entrambi i partiti rinunciano a un pezzo importante della loro retorica e propaganda attuali e mettono sul mercato una nuova alchimia. Buona fortuna. In entrambi i casi la soluzione è un gioco d'azzardo altissimo e una evidente «diminutio» del ruolo del partito di Bossi, al quale in realtà conviene continuare a vestire i panni del movimento di lotta e di governo. Finché è possibile. Perché prima o poi il conto da pagare arriverà anche ai leghisti. Le loro sparate contro l'immigrazione fanno a pugni con la realtà e la ricetta delle cannonate e del filo spinato è un colpo di spingarda da fumetto. Il protezionismo economico e l'euroscetticismo in camicia verde non hanno portato a casa alcun risultato concreto a parte alcune battute di Speroni e Borghezio. Rispetto al pragmatismo berlusconiano, i leghisti affannano. Per questo Bossi quando si lamenta dei risultati del vertice italo-francese non è credibile. Il presidente del Consiglio in una condizione oggettivamente difficile - con una serie di errori gravi sulla Libia consumati anche per colpa della Lega - forse riesce a salvare la baracca: difende il nostro business energetico, concorre a piazzare un italiano (Mario Draghi) a capo della Bce e si arrende all'evidenza che gli imprenditori italiani non vogliono scucire il grano per competere con la Francia, dal lusso (Bulgari) al latte (Parmalat). Berlusconi in questo scenario fa quadrare il bilancio con quel che ha realmente a disposizione in cassa, non con i sogni. Il mondo dipinto dai leghisti è una metafora che serve ad acchiappare voti al Nord, ma non a comprendere cosa sta accadendo e soprattutto a risolvere il problema dei problemi dell'Italia contemporanea: come uscire dal ruolo di preda e diventare almeno un piccolo e rapido predatore. Come continuare a navigare nel Mediterraneo in prima e non in terza classe. Come sopravvivere alla globalizzazione. E la campagna libica fa parte di questo scenario. Bossi è un uomo concreto, sa bene che viviamo in uno scenario dove vale più che mai quel che Wall Street non dimentica: «Money never sleeps», i soldi non dormono mai.