Il cuore italiano negli eserciti d'Europa

Sullo sfondo delle crisi internazionali, con le forze armate impegnate ai quattro angoli del Pianeta, i capi di Stato Maggiore degli eserciti dell'Europa si sono incontrati a Roma per mettere a punto strategie future e modelli operativi. «Un summit per tracciare un bilancio del biennio 2009-2010 e soprattutto per affrontare metodologie di scenari futuri - ha spiegato il generale belga Buchsenschimtd, presidente di Finabel, l'organismo di cooperazione tra le forze armate terrestri d'Europa - . In particolare ci siamo occupati di affrontare i rischi connessi con la minaccia nucleare e quella biologico-chimica nei teatri internazionali e in ambito nazionale. In Afghanistan come in Europa. Finabel è uno strumento di sostegno all'unità europea e proprio in questa direzione va la decisione di aggiungere all'acronimo la sigla UE così da sottolineare questa identità». «Una tappa importante di confronto e cooperazione tra gli eserciti europei - esordisce il generale Giuseppe Valotto, capo di Stato maggiore dell'Esercito Italiano - . In questo contesto vengono affrontati problemi e studiate soluzioni comuni per l'applicazione sui terreni operativi». Cooperazione europea mentre qualcuno parla di uscita dall'Ue e di disgregazione dell'Unione? «Le forze armate sono talmente inserite nel contesto europeo che mi sembra, almeno in ambito militare, un'ipotesi impraticabile. La sinergia tra le varie eccellenze delle forze armate d'Europa ne fanno uno strumento inattaccabile. Il contributo dell'Esercito italiano, dei miei soldati (uomini e donne), attesta l'ottima cooperazione e funzionalità del sistema. Però, se si pensa di cambiare... sono un militare e obbedisco. Si è parlato di inviare divisioni in Libia: le risulta un eventuale schieramento di Eufor? «Non ne ho sentito parlare. Sono decisioni di ambito politico e non spettano a me».   Qualcuno ha parlato di ritirare il nostro contingente dal Libano? «Il ministro Calderoli può dire ciò che crede nei suoi forum. I militari sono un'altra cosa». Al centro dei colloqui di Finabel c'è la questione afghana... «Non può essere altrimenti. Il confronto in Finabel ha il riscontro più significativo nei teatri operativi. L'Afghanistan in questo momento è il centro di gravità. Per l'Esercito italiano la sicurezza dell'individuo è fondamentale. Affrontare certi scenari vuol dire mettere a disposizione mezzi difensivi e di attacco tra i migliori a disposizione. Così viene sviluppato tutto un settore ricerca e di innovazione che coinvolge anche l'industria nazionale. In questi giorni in Afghanistan c'è un team di Iveco-Oto Melara che collabora con i soldati per migliorare le prestazioni del Freccia e risolvere eventuali problemi direttamente in zona d'operazioni. Ma è importante anche l'approccio dottrinale in Afghanistan come in altri teatri». La conquista dei cuori e delle menti? «Infatti. All'inizio l'atteggiamento dei nostri militari è stato anche criticato. Ora, non solo riceviamo apprezzamenti, ma il nostro metodo è esportato agli altri contingenti. È il frutto di tremila anni di storia, non spaghetti e mandolino, ma cultura, dialogo, democrazia e capacità di sapersi adattare a culture diverse nel massimo rispetto di esse. I nostri soldati parlano con la gente. In Libano come in Afghanistan. E prima in Kosovo e in Iraq. L'Esercito italiano porta, poi, l'esperienza dell'impegno sul territorio italiano. Dal terremoto de L'Aquila alla gestione della sicurezza del G8. Da Strade Sicure all'intervento a Napoli». Il confronto tra i vari eserciti a volte sul campo non si traduce in eguale strategia. Condizionati da scelte politiche? «I militari parlano tutti la stessa lingua. Abbiamo gli stessi interessi. L'ambizione è di schierarsi con fondamenti uguali per tutti i Paesi. Il nostro approccio, intendo quello degli uomini e delle donne dell'esercito italiano, ha sempre dato ottimi risultati. Possiamo parlare di scuola italiana». In Afghanistan la minaccia dell'Ied (ordigni improvvisati ndr) è particolarmente sentita. La maggior parte delle vittime italiane è dovuta a queste bombe... «L'argomento è stato al centro di un intenso dibattito. L'Italia ha presentato il sistema «guardian», uno strumento di protezione realizzato in collaborazione con gli inglesi che permette di avere una bolla di sicurezza tutto intorno al veicolo. Il guardian è costituito da tre parti, due fisse sul mezzo e uno trasportabile che può essere utilizzato dal militare che scende dal mezzo. Questi strumenti sono ora operativi in Afghanistan e servono a ridurre i rischi del nostro personale».