Troppe risse. Urne più vicine

«Così non si può più andare avanti. Quello che sta accadendo da due giorni alla Camera è uno spettacolo intollerabile, che mette a rischio la credibilità delle istituzioni e sconcerta i cittadini. È il momento in cui ognuno, ogni forza politica, si deve assumere tutte le proprie responsabilità». Alla fine Giorgio Napolitano è sceso in campo. È bastato che giovedì rientrasse da New York per rendersi effettivamente conto della deriva che la politica italiana stava prendendo. Insulti, gazzarra, «vaffa» volati dai banchi del governo contro il presidente dell'assemblea Gianfranco Fini, «vergogna» urlati dall'opposizione contro i colleghi di Pdl e Lega. Insomma due giorni di vera e propria rissa in Parlamento che hanno portato il Capo dello Stato a lanciare il proprio accorato appello ai capigruppo dei partiti convocati d'urgenza giovedì sera al Quirinale. Una ricognizione conclusasi ieri durante la quale i capigruppo raccontano di aver visto un Napolitano preoccupato. Anzi, quasi arrabbiato per aver toccato con mano come i suoi appelli alla responsabilità istituzionale siano stati tutti quanti disattesi. Una situazione talmente degenerata che il presidente della Repubblica avrebbe addirittura minacciato di sciogliere le Camere. Un'ipotesi che è stata immediatamente smentita dal Colle definendola «un'invenzione» ricordando che il metodo delle intimidazioni «non appartiene alla cultura politica di Napolitano e al suo stesso stile di uomo delle istituzioni». Eppure, l'idea che sia proprio Napolitano a fare quello che i deputati dell'opposizione non riescono, inizia a fare gola a più di qualche esponente della sinistra che dimostra, anche in questo caso, tutto il proprio opportunismo. Infatti se in questo momento si arrivasse allo scioglimento delle Camere, non solo si bloccherebbero tutte le riforme messe in atto dalla maggioranza ma, anche, si poterebbe l'Italia a non avere quella forza internazionale che le serve per affrontare la delicata situazione nordafricana. L'appello del Colle ha immediatamente raccolto il plauso di tutto l'agone politico e, in primis, quello del presidente del Senato, Renato Schifani, che gli ha fatto immediatamente eco: «Mi auguro fortemente che l'appello del Capo dello Stato venga opportunamente e doverosamente recepito da tutte le forze politiche». Un appoggio non solo formale, ma sostanziale, tanto che anche Schifani si è mostrato preoccupato: «Così non va. Quello di Napolitano è un invito a tutte le forze politiche ad un atteggiamento che si deve basare sulla logica del confronto delle idee e delle strategie, non sull'accusa, sullo scambio verbale, sullo scontro a volte fisico». Intanto, nonostante la smentita del Quirinale, da ieri è ricominciato il tam tam sull'ipotesi di elezioni anticipate. Non a caso, Pier Ferdinando Casini non le esclude: «Ci sono i tempi tecnici per votare a giugno», dice. E il finiano Italo Bocchino vede il voto anticipato come unica soluzione alla paralisi del Parlamento. «Le elezioni sono lo sbocco naturale, prima arrivano e meglio è», incalza anche il dem Dario Franceschini. E infine il dipietrista Massimo Donadi prima sottolinea le «forti preoccupazioni» espresse da Napolitano per il clima politico ma aggiunge anche di non aver avuto l'impressione che il capo dello Stato stia pensando a «soluzioni estreme». Così, mentre l'opposizione alza la voce, la Lega ha dato il primo segno di responsabilità e, con un «Bravo Napolitano» del ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, ha accolto l'invito del Colle. Un plauso al quale perà l'esponente leghista ha voluto far seguire un duro attacco all'opposizione: «Per far tornare a funzionare il Parlamento, dopo le necessarie tirate d'orecchie, la soluzione è una sola: il presidente Fini si deve dimettere». Una dichiarazione che suscita lo sdegno del capogruppo finiano Benedetto della Vedova: «Il Ministro Calderoli è un simpatico buontempone. La sua richiesta e le accuse a Fini per il clima avvelenato e per gli atti inescusabili compiuti da altri a Montecitorio va giudicato alla stregua di un pesce d'aprile. Perché dovrebbe dimettersi? Per essere stato oltraggiato da un Ministro e per essere stato fatto bersaglio del lancio di un giornale durante la seduta della Camera? O per non avere tenuta aperta una votazione fino al momento in cui i numeri non avessero fatto propendere l'esito a favore della maggioranza?». Una considerazione smentita dal capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto: «Secondo me Fini ha chiuso un po' troppo presto la votazione. Da noi vige una regola chi sta in aula deve poter votare, invece i ministri non hanno potuto votare e questo ha aperto un contrasto con il presidente della Camera». Poi Cicchitto, riferendosi al confronto con Napolitano, rassicura gli animi: «Ci sono le condizioni per portare a termine la legislatura», ma le parole del presidente della Repubblica non possono restare inascoltate, e tutti devono «raccogliere la sollecitazione costruttiva e positiva espressa dal Capo dello Stato».