A Castelli non piace lo spot anti-lumbard

Che poi quello dell'Unità d'Italia sarebbe il problema minore... La battuta di Paolo Bonolis, sempre via spot, potrebbe essere trasmigrata con istintiva facilità al quadro, comico e patetico, creato dal vice-ministro della Lega Nord, Roberto Maroni, ferito a morte dallo spot della Rai che, a suo dire, denigra il dialetto lombardo. Prima di commentare, lasciamo spazio (per poi riprendercelo subito) all'esternazione in stile «picconatore della domenica» dell'ex Guardasigilli: «Ho appena assistito a un vergognoso spot della Rai stupidamente offensivo nei confronti dei lombardi, in cui si denigra il nostro dialetto», la premessa. Poi osserva con acume sospetto: «Nello spot, evidentemente di autore romanesco, un prete parlando in dialetto lombardo sposa due personaggi che non capiscono cosa dica il sacerdote. Intanto io l'ho capito perfettamente e mi sento offeso perché il mio dialetto viene denigrato». Poi, lo scatenato vice-ministro poliglotta, non trattiene la lingua: «In secondo luogo, rilevo che non è stato scelto né il dialetto romano né quello napoletano, le due lingue ufficiali della Rai. Se questo deve essere il modo per festeggiare l'Unità d'Italia, da oggi mi metto il lutto al braccio». Allora, parlavamo di quadro comico. Ma attenzione, nessun merito va ascritto a Castelli, semmai allo spot, indovinato e ricco di ironia.   Sentimento assente nella scala del vice-ministro che dimostra anche di non essere ben informato, fidandosi forse della sgnalazione stizzita e scomposta del polentone di turno sullo spot-tormentone: la campagna è, infatti, composta a raggiera e, in varie situazioni, utilizza scene di vita quotidiana dove il protagonista non viene capito nel suo dialetto dagli ascoltatori di turno. Seguendo il filo di questa informazione sommaria, lungo la deriva di un patetico campanilismo, Castelli osserva come non siano stati scelti né il dialetto romanesco né quello napoletano. E che l'autore deve essere stato per forza un romano. Magari pure ladrone. Ma in questo caso, la paternità di un furto la si può prendere di buon grado, anche a nome degli amici napoletani: quello della battuta, della creatività, del genio, un grisbi di tutto rispetto che ha svuotato le casse nordiche del buon senso. A pensarci bene, però, il corpo del reato non è stato mai reclamato. Forse perché da quelle parti non c'è mai stato.