Eppure s'erano tanto amati

S’erano tanto amati. L’addio che Gianfranco Fini ha notificato in diretta tv al già separato in casa, Silvio Berlusconi, arriva dopo 17 anni di convivenza. «Sfiducia e poi opposizione», ha annunciato il presidente della Camera in questo divorzio all’italiana. Perché la coppia era stata felice fino alle ultime elezioni politiche (2008), ma tormentata dopo le ultime elezioni regionali (2010). Con qualche burrasca passeggera tra l’amore iniziale e il rancore finale, come capita tra coniugi che devono giustificare e giustificarsi per aver cambiato idea, e soprattutto sentimenti. A pronunciare il primo «sì» nel matrimonio politico che pareva indissolubile, era stato il Cavaliere oggi abbandonato. Lo fece quando già era Cavaliere, ma non ancora politico, dichiarando che, se fosse stato elettore di Roma, nella contesa per il Campidoglio tra Fini e Rutelli lui, lui Berlusconi, avrebbe scelto il primo. Quell’atto di fedeltà fu, in realtà, un atto di rottura: per la prima volta un imprenditore importante si schierava pubblicamente con l’allora segretario del Msi. «Lo sdoganamento»: si coniò perfino un’espressione per indicare la fine dell’arco costituzionale che continuava a lasciar la destra italiana fuori dal governo fra prima e seconda Repubblica. Era, infatti, il 1993, l’anno dopo Tangentopoli, e prima del bipolarismo, che sarebbe arrivato col voto del 27 marzo 1994. Rutelli, per la cronaca, avrebbe battuto Fini, pur d’un soffio. Oggi i due rivali dell’epoca convivono, a loro volta, nella stessa alleanza parlamentare, e forse domani polo politico, pronta a sfiduciare il presidente del Consiglio. Eppure, lo sposalizio tra Silvio e Gianfranco mai fu messo in crisi dai contraenti. Neppure quando Berlusconi distribuiva «Il libro nero del comunismo» alla conferenza di Verona, nel corso della quale Fini stava proclamando l’inattualità dell’anti-comunismo. Neppure quando Fini s’intendeva con Mariotto Segni nella speranza di sorpassare la Forza Italia del Cavaliere. “L’esperimento dell’elefantino”, venne ribattezzato. Fu il peggior risultato di An, nuovo partito nato dal vecchio Msi; e Berlusconi sorvolò sulla scappatella, e Fini tornò come prima. Perché al di là dei dispetti, non pochi e ciclici, in diciassette anni di vita politica in comune mai ci fu dissenso vero e profondo tra i coniugi. Non che andassero d’accordo proprio su tutto, l’estroverso e l’introverso, il basso e l’alto, il passionale e il gelido. Ma fino al recente “che fai? Mi cacci?”, fino alla puntuale e puntuta presa di distanze di Fini, in questi mesi, da ogni iniziativa, gesto o parola di Berlusconi, nessuno si sarebbe accorto che il presidente della Camera contrastava il presidente del Consiglio in qualcosa. Neppure a proposito del rapporto extra-matrimoniale che Berlusconi ostentava con Bossi, del quale in tempi lontani Fini aveva detto: “Con lui mai più neanche un caffè”. Ma poi il buon Fini ha convissuto, da alleato, anche col leader della Lega per almeno un quindicennio, bevendoci il caffè e soprattutto condividendo la mostruosa riforma costituzionale sul federalismo che solo la saggezza degli italiani fermò col referendum. Anche in quel momento il capo della destra “nazionale” flirtava con Bossi, il terzo incomodo che disse peste e corna perfino del Tricolore. E i deputati di Fini negavano l’autorizzazione a procedere per vilipendio alla bandiera. Di più: depenalizzavano il reato stesso in Parlamento. Così va il mondo, nel mondo che cambia.