Ci mancava Trasformopoli

La politica ha abdicato. A poco più di 72 ore dal voto di sfiducia al governo la nobile arte di «amministrare la polis» ha ceduto lo scettro alla magistratura. Così, mentre in Parlamento aleggia un’aria da caccia alle streghe verso quei deputati che hanno deciso di abbandonare l’opposizione per sostenere la maggioranza, le toghe romane scendono in campo aprendo un fascicolo. Lo scontro politico sulla fiducia si trasferisce così in Procura. Precisamente quella di Roma alle prese con l'esposto dell'Idv e il contro-esposto (per ora solo annunciato) del Pdl sulla presunta compravendita avviata da Silvio Berlusconi per assicurarsi la fiducia in vista del voto del 14 dicembre. Un fascicolo nel quale si ipotizza il reato di corruzione e concussione che immancabilmente getta benzina sul fuoco di un dibattito politico ormai giunto ben oltre i livelli di guardia. La magistratura così irrompe nel dibattito politico aprendo, in realtà, un doppio fascicolo: uno che riguarda un atto avviato nei giorni scorsi dai pm sulla base di notizie di stampa e un altro per l'esposto presentato ieri dal leader dell'Idv, Antonio Di Pietro. Una denuncia sulla fuoriuscita dal partito degli ex colleghi Antonio Razzi e Domenico Scilipoti che creerà qualche problema ai magistrati di piazzale Clodio che dovranno esaminare l'esposto dato che la Costituzione non riconosce ai parlamentari alcun vincolo di mandato. In altre parole, la Carta non obbliga alcun eletto a rimanere nel partito con cui è stato eletto per tutta la durata della legislatura. Immediata la reazione del Pdl appena è trapelata la notizia: «L'intervento della procura di Roma è gravissimo e apre una questione istituzionale molto rilevante perché costituisce una gravissima intromissione nella libera dialettica parlamentare» è lo sfogo del capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto. E aggiunge: «Quando in questa legislatura un numero assai significativo di parlamentari ha abbandonato il Pdl, la procura di Roma si è guardata bene dall'intervenire. Quando nel 1999 circa 30 parlamentari passarono dal centro-destra al centrosinistra, anche allora silenzio assoluto. Adesso perché Bersani, Violante, Di Pietro alzano la voce, allora la Procura di Roma interviene». Un duro attacco che fa da preludio all'annuncio dei coordinatori Sandro Bondi e Denis Verdini di voler presentare una denuncia alla procura di Roma «perché venga fatta luce anche su tutti quei casi in cui sono stati altri partiti ad acquisire i nostri parlamentari». Un'accusa che, senza troppi giri di parole, sembra essere indirizzata proprio al presidente della Camera, Gianfranco Fini, ritenuto colpevole di aver sottratto al Pdl 35 deputati e 10 senatori e che ieri, rispondendo agli auguri di due insegnanti del liceo Maiorana di Isernia gli hanno rivolto per il 14 dicembre, si è lasciato sfuggire: «Da adesso inizia il calciomercato...». Poche parole che hanno sollevato un vespaio nell'agone politico. Per il vicecapogruppo Pdl al Senato, Francesco Casoli: «Fini aveva già iniziato il calciomercato quando incontrò il senatore Massidda sostenendo che si era parlato del Bologna calcio». A ruota si sono aggiunti molti altri tra i quali il ministro Ignazio La Russa («È strano che l'accusa venga fatta dal presidente della Camera ai propri deputati»), il portavoce del Pdl Daniele Capezzone («Fini offende i deputati. Ora che il suo ribaltone sta per fallire considera venduti i deputati che è chiamato a presiedere»). Ma non solo il centrodestra ha attaccato Fini, anche il Democratico Giorgio Merlo, ha voluto commentare: «È come il richiamo evangelico: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra"». Un'accesa discussione nella quale anche il settimanale dei paolini Famiglia Cristiana ha voluto dire la propria sulla questione «compravendite»: «È peggio di Tangentopoli. I quotidiani sono pieni di dettagli su questo tariffario, rispetto al quale le mazzette di Tangentopoli sono acqua fresca. La sensazione è che, se non tutto, quasi tutto sia vero. E che i trenta denari abbiamo assunto forme più moderne, ma senza cambiare significato».