"Non mi dimetto, mi sfiduci Fini"

Silvio Berlusconi rimanda al mittente il «Biscottone» preparato da Fli: «Non mi dimetto, mi sfiduci Fini». Dunque nessuna trattativa per un governo alternativo, per un esecutivo che non sia guidato dal premier in carica. La presa di posizione del presidente del Consiglio è arrivata nel pomeriggio di ieri dopo il vertice tra il leader del Carroccio Bossi e il presidente della Camera Fini. L'ora di colloquio tra i due non ha dato risultati. «Le cose sono molto più complicate di come le presenta Bossi», ha detto Fini di fatto smentendo le dichiarazioni possibiliste del senatùr che aveva rassicurato: «C'è ancora lo spazio per non andare ad una crisi al buio» e aveva ritratto un Fini «abbastanza d'accordo» sull'ipotesi di un governo Berlusconi-bis. Ma niente da fare. «Non si è risolto nulla», ha detto il deputato di Fli Giorgio Conte, il primo a commentare l'esito della «mediazione». Anche il capogruppo alla Camera di Fli, Italo Bocchino, racconta un altro film: «Fini ha chiesto le dimissioni di Berlusconi, altrimenti noi usciremo dal governo. Queste due cose sono certe, per tutto il resto aspettiamo che Berlusconi decida se dimettersi o meno. Bisogna attendere il rientro di Berlusconi da Seul per sapere se c'è una risposta alle domande che Fini ha posto. Se non ci sarà la conseguenza è il ritiro della nostra delegazione dal governo». A quel punto, ha aggiunto Bocchino, «Berlusconi dovrebbe andare dal capo dello Stato, dire che una delle compagini della sua maggioranza non lo sostiene più e dimettersi». In sintonia con Fli il segretario Udc, Lorenzo Cesa: «Noi siamo perché si cambi fase politica. C'è bisogno di un nuovo governo e di un nuovo presidente del Consiglio. Siamo in una crisi di fatto, Berlusconi rassegni le dimissioni e si apra una nuova fase nel paese». E se restano la preoccupazione per l'asse Casini-Fini e l'indiscrezione che nel vertice i leader di Lega e Fli avrebbero parlato anche di un eventuale governo guidato da Tremonti, il premier non lascia porte aperte. Da Seul, dove si trova per il G20, Berlusconi prima ammette, in una conversazione con il premier vietnamita: «In questo momento nel mio paese ho qualche difficoltà». Poi è netto: ma quali dimissioni. «Se qualcuno è intenzionato a sfiduciarmi, lo deve fare in Aula assumendosene la responsabilità». Conferma il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto: «Escludiamo le dimissioni» di Silvio Berlusconi. Siamo aperti al confronto ma non nei termini che oggi sono emersi da alcune dichiarazioni». Dopo un vertice di tre ore con gli altri esponenti del Pdl, Cicchitto ha spiegato: «Abbiamo esaminato la situazione e riteniamo che in questa legislatura e con questo risultato elettorale Berlusconi sia l'unico presidente del Consiglio possibile». Per il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, «c'è stata un'assoluta coesione e compattezza nel riconfermare che non può esserci nessun governo che non sia guidato da Berlusconi. Questo governo deve proseguire la sua azione e l'unica alternativa sono le elezioni anticipate». Poi è arrivato il comunicato ufficiale: «I coordinatori, i capigruppi e la delegazione del Pdl al governo, in questo momento politico, con posizione compatta e coesa ritengono inaccettabile che la legislatura possa proseguire con un differente premier e un differente governo. Chiunque voglia coltivare ipotesi diverse dovrà passare dall'inequivocabile verdetto della sovranità popolare». Insomma, ribadisce il vicecapogruppo del Pdl al Senato, Gaetano Quagliariello: «Siamo tutti d'accordo che questa legislatura può continuare solo con questo leader e con questo governo». Gela tutti il deputato finiano Carmelo Briguglio: «Nel 1994 Silvio Berlusconi si dimise da presidente del Consiglio senza attendere il voto formale di sfiducia da parte delle Camere, perché Bossi ritirò la partecipazione della Lega al governo. Ricordare questo precedente forse in questo momento può essere di qualche utilità». E mentre si attendono le dimissioni dei quattro finiani nel governo, che dovrebbero arrivare lunedì, così ha detto Bocchino ieri ad Annozero, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, trae le conseguenze: «Il mio pessimismo deriva da questo atteggiamento di intransigenza assoluta da parte di Futuro e Libertà: è sempre più evidente la diversificazione rispetto al mandato elettorale ricevuto e quando ci sono differenze così profonde l'unica soluzione è andare al voto. Comunque speriamo sempre in un miracolo». Ma in politica, i miracoli non sono proprio all'ordine del giorno.