È botta e risposta tra maggioranza e opposizione sui riflessi del «caso Ruby» sull'esecutivo.

«L'Italia- aggiunge - ha una dignità che non può essere messa a repentaglio davanti al mondo. L'Italia ha dei problemi che devono essere affrontati in un clima di serietà e di impegno. Ormai il tempo è finito. Bisogna aprire una fase nuova». Il Pd, insomma, torna a chiedere le dimissioni del premier. Pur non volendo entrare nelle vicende private del presidente del Consiglio - almeno così dicono i democratici - ci sono due cose che non intendono mandare giù: «Una menzogna del primo ministro, aggravata dall'averla detta alla Polizia di Stato e dal fatto che coinvolge un Capo di Stato di un grande Paese come l'Egitto, è assolutamente intollerabile e da sola costituisce un motivo per richiedere le dimissioni immediate di Berlusconi», spiega il vicepresidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda. Critico anche l'Udc: «Premesso che la vita privata del presidente Berlusconi è una questione che non ci appassiona, quel che è più grave di tutta la vicenda Ruby è la presunta telefonata alla questura di Milano da parte di un vertice costituzionale, fatta non per un interesse pubblico ma per una questione privata. È un episodio disdicevole, cui in quaranta anni di Polizia non mi è mai capitato di assistere, e che getta discredito sulle istituzioni italiane e sulla nostra immagine all'estero», attacca il senatore centrista Achille Serra, ex prefetto di Roma. Al coro di chi vuol far cadere il governo si aggiunge - ma per lui è un'abitudine quasi quotidiana - anche Antonio di Pietro. Secondo il leader dell'Idv l'aspetto più deplorevole della vicenda Ruby è «l'umiliazione a cui il presidente del Consiglio ha sottoposto i funzionari della questura di Milano. Cos'altro deve aspettare il Parlamento - si chiede l'ex magistrato - prima di togliere la fiducia a questo satrapo nostrano? È evidente che Berlusconi ha messo in essere artifici e raggiri per indurre in errore la Questura e la Procura di Milano. Per colpa sua, i funzionari e la polizia giudiziaria, che non se la sono sentiti di sbattergli il telefono in faccia, rischiano di finire sotto processo», accusa. Gli uomini vicini al Cav, intanto, continuano a difenderlo: «Sette inchieste in venti giorni attorno al premier costituiscono di per sé una dimensione che non può non far pensare ad un accanimento organizzato o quantomeno convergente di tutti quei settori economici, politici e istituzionali che non hanno mai accettato l'esito del voto popolare, che aspirano al potere senza la fatica e la responsabilità del consenso», afferma sicuro il ministro del lavoro Maurizio Sacconi. «Lo scandalo autentico della vicenda di Milano, su cui è stato steso un pudico silenzio, è costituito dalla clamorosa violazione del segreto istruttorio che invece è stato rigorosamente osservato in qualche altra vicenda», provoca Fabrizio Cicchitto facendo riferimento alla cura con cui i pm di Roma hanno affrontato la vicenda della casa di Montecarlo appartenuta ad An.