Schifani evita la trappola Fini

Braccio di ferro tra Fini e Schifani. Il presidente del Senato ci ha pensato soltanto due giorni e ha rimandato al mittente la richiesta del numero uno della Camera di traslocare a Montecitorio le proposte di modifica della legge elettorale.  Una richiesta inconsueta da parte di un presidente della Camera, motivata dalla disinvoltura politica (ormai poco compatibile con il suo ruolo istituzionale) dell'ex leader di An e, soprattutto, dalla necessità dei finiani di evitare che la nuova norma sia bocciata o sia approvata da Pdl e Lega senza i diktat di Futuro e Libertà, visto che a Palazzo Madama pidiellini e leghisti hanno una maggioranza autonoma. Nella lettera che Schifani ha inviato a Fini, il presidente del Senato spiega di «ritenere opportuno che l'esame dei disegni di legge in materia elettorale debba proseguire alla commissione Affari costituzionali del Senato». Via, dunque, al braccio di ferro: «È ineccepibile la risposta del presidente del Senato nell'ambito del leale rapporto di collaborazione tra i due rami del Parlamento - avrebbe commentato Fini con i fedelissimi - ma è altrettanto evidente che c'è una questione politica, perché risulta difficile pensare che il Senato manderà avanti davvero la riforma della legge elettorale».   A Fini, dunque, non sono bastate le rassicurazioni di Schifani sul cammino della riforma. La commissione Affari costituzionali, ha ricordato la seconda carica dello Stato, ha iniziato il 22 dicembre del 2008 l'esame di due ddl di iniziativa popolare, cui poi si sono aggiunti 21 testi di iniziativa parlamentare. Poi c'è la mozione del Pd approvata il 2 dicembre dello scorso anno in cui si indicava quella elettorale tra le riforme da affrontare a Palazzo Madama, ha sottolineato il presidente. Senza intesa, la discussione resta al Senato vista l'impossibilità, o quasi, di un doppio incardinamento della stessa riforma nei due rami del Parlamento. Nella lettera a Schifani, Fini aveva chiesto che la «priorità nella trattazione» della materia fosse riservata alla Camera «alla luce del significativo carico di lavoro che grava attualmente sulla commissione Affari Costituzionali del Senato e nello spirito dell'intesa raggiunta a inizio legislatura». Anche su questo Schifani ha precisato di aver ricevuto «ampie garanzie dal presidente della commissione Affari costituzionali sulla possibilità di proseguire nell'esame della legge elettorale». Dunque niente da fare: il dibattito sulle proposte di riforma comincerà al Senato. E Fini tornerà a svestire i panni del leader di partito e a fare il presidente della Camera. Almeno per ora.