Quel pianto per Moro

Francesco Cossiga ha collezionato nella sua lunga carriera politica tanto potere quanta sofferenza. Non dimenticherò mai quel pianto dirotto al quale lo vidi abbandonarsi, nel suo studio di presidente della Repubblica, una mattina in cui la nostra conversazione cadde sulla tragica fine di Aldo Moro. Della quale, a distanza di tredici anni, si sentiva ancora il «principale» responsabile, più degli stessi assassini, per non averne «saputo» evitare nel 1978, come ministro dell'Interno, prima il rapimento e poi l'uccisione da parte dei brigatisti rossi. Pianse quella mattina come un bambino. E io con lui. L'ambasciatore Ludovico Ortona, che allora era il suo capo ufficio stampa, rimase un po' interdetto nel vedermi uscire dal colloquio con gli occhi ancora lucidi. Ora, se mi legge, sa perché. Fu un pianto irrefrenabile, scoppiato mentre egli ricordava le incomprensioni con i familiari del povero Moro, a cominciare dalla moglie. Che era arrivata, durante i 55 giorni di prigionia del marito, a respingere un uovo di Pasqua che Cossiga aveva mandato per il nipotino Luca. Era il piccolo di cui Moro nelle lettere alla famiglia prima di morire sognava di accarezzare il volto e i capelli. «Ma li capisco», mi disse quella mattina spiegandomi perché avesse deciso di non rispondere alle critiche ricevute dalla moglie e dai figli dell'uomo «che più ho stimato nella mia vita e da cui più ho avuto»: fra l'altro, l'improvvisa e inusuale promozione, nell'ultimo governo da lui guidato nel 1976, da ministro senza portafoglio per la riforma della pubblica amministrazione a ministro dell'Interno. Stretto fra l'affetto e la riconoscenza per Moro e i duri doveri di partecipazione ad un governo che, sotto la guida di Giulio Andreotti e con l'appoggio esterno dei comunisti, aveva deciso di opporre la famosa «linea della fermezza» ai ricatti dei terroristi, Cossiga diede la precedenza ai suoi obblighi di Stato. Con Moro egli aveva peraltro avuto un motivo di rimorso già nel 1968, alla vigilia di un'attesissima riunione del Consiglio Nazionale della Dc. Alla quale non si sapeva se il leader democristiano, praticamente rimosso alcuni mesi prima dalla guida dell'alleanza di governo con i socialisti, avrebbe annunciato o no la sua uscita dalla corrente di maggioranza dei «dorotei», allora guidata da Mariano Rumor e Flaminio Piccoli. Ebbene, conoscendone i rapporti di stima, Paolo Emilio Taviani mandò proprio Cossiga da Moro per sondarne gli umori. E Moro gli anticipò che avrebbe creato una sua corrente per promuovere una nuova maggioranza interna, comprensiva della sinistra. Ma Taviani usò quell'informazione per aprire un negoziato fra la propria corrente, chiamata «dei pontieri», e i dorotei subentrando a Moro.   Il povero Cossiga non trovò pace sino a quando lo stesso Moro non gliela restituì, anche con quella nomina a ministro dell'Interno nel 1976. Bettino Craxi fu un altro leader con il quale Cossiga ebbe un forte rapporto di stima e amicizia. Grande fu la sua sofferenza quando, da presidente della Repubblica, egli in via riservata lo seppe minacciato alla fine del 1991 da un'indagine giudiziaria milanese destinata ad esplodere il 17 febbraio 1992 con l'arresto di Mario Chiesa. A indagare era un quasi sconosciuto sostituto procuratore della Repubblica di nome Antonio Di Pietro, che si era guadagnato una prima notorietà rifiutandosi, con tanto di avviso sulla porta del suo ufficio, di partecipare ad uno sciopero proclamato dal sindacato dei magistrati proprio contro Cossiga, affrettatosi per questo a conoscerlo. Contro quell'indagine Cossiga non potette fare nulla. Potette solo, da ormai ex presidente della Repubblica, criticarne i drammatici e abnormi sviluppi, confermando a Craxi la sua stima e amicizia, prima ancora di correre nel suo rifugio tunisino per abbracciarlo sapendone vicina la morte, senza lasciarsi trattenere dalla paura di sfidare il giustizialismo militante. Che aveva liquidato il leader socialista come un criminale latitante.