Elezioni sì, elezioni no L'opposizione si divide

Saranno il tormentone dell'estate. Eternamente sospese tra chi le chiede perché le vuole, chi le chiede perché non può in alcun modo dare l'impressione di temerle e chi le teme, quindi, non le chiede. Sono le elezioni anticipate, il nuovo spettro che aleggia sul dibattito politico nazionale. Uno spettro che crea problemi soprattutto nel campo dell'opposizione. A testimonianza che Silvio Berlusconi, nonostante la dipartita della truppa finiana, per ora può dormire sonni tranquilli. Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, infatti, continua a ripetere la sua formula magica: la maggioranza è in crisi, noi non temiamo le urne, ma adesso serve un esecutivo di transizione che cambi la legge elettorale. La priorità indicata non è casuale. I Democratici non hanno un candidato da opporre al premier che, si votasse domani con questo sistema, potrebbe coronare il sogno di guidare il Paese in tandem con la Lega e senza «rompiscatole» (Gianfranco Fini secondo i sondaggi non otterrebbe neanche la percentuale minima per entrare in Parlamento). Ma Bersani deve anche difendersi dall'opa ostile lanciata sul suo partito da Nichi Vendola e Antonio Di Pietro.   Non a caso i due spingono per andare subito alle elezioni. Il primo avrebbe infatti la possibilità di giocarsi la partita della leadership, mentre il secondo potrebbe lucrare voti ai danni del Pd. Non a caso l'ex pm ha inviato una lettera aperta (pubblicata su Repubblica) al leader democratico: «Riteniamo che le opposizioni, piuttosto che affannarsi continuamente nel prefigurare o auspicare cose che non dipendono né da noi né da Voi, quali larghe intese, governi tecnici o governissimi che dir si voglia, dovrebbero senza ulteriori indugi riunirsi e mettere in campo al più presto idee, progetti e uomini che rappresentino l'alternativa al governo. Ricostruiamo, insieme, una coalizione innovatrice e capace di vincere le sfide del cambiamento». Bersani per ora prende tempo («bisogna accorciare le distanze tra le forze di opposizione, ma non si può un giorno darsi i calci negli stinchi e il giorno dopo fare il partito unico, i partiti non si fanno col predellino») anche perché aprire a Di Pietro, o a Vendola, significherebbe dover fronteggiare la rivolta dell'anima ex Ppi del partito. Stasera una sessantina di parlamentari si riuniranno al ristorante «La Capricciosa» con Giuseppe Fioroni, nel frattempo lanciano avvertimenti. «Berlusconi e Di Pietro - spiega il senatore Lucio D'Ubaldo - hanno entrambi interesse alle elezioni anticipate. Tutto il ciclo della Seconda Repubblica è dominato dalla puntuale convergenza degli opposti. Fini ha perlomeno un merito: strappando, chiude questo ciclo. Ora è lui che potrebbe guidare l'alternativa a Berlusconi? Se così fosse, dovremmo certificare il fallimento del Pd. Per questo Bersani non può che sbarrare le porte all'avventura vendoliana e dare un contenuto forte alla possibile transizione di governo. Dobbiamo pertanto, senza ambiguità, spostare al centro l'asse della politica riformista». E lungo questa strada il Pd potrebbe trovare un compagno. Francesco Rutelli, infatti, applaude ad una soluzione di transizione. Mentre Pier Ferdinando Casini preferisce parlare di un governo di responsabilità nazionale. Non riescono a mettersi d'accordo manco sui termini.