Verso il Federalismo con un Paese unito

Il terzismo di Gianfranco Fini non mi piace e i finiani mi sembrano consistenti come la gassosa. Ma per una volta sono d’accordo con il presidente della Camera e, visto il tema, non me ne preoccupo neanche un po’. Ieri Fini ha detto a chiare lettere che «la Padania non esiste» e i continui strappi della Lega sui simboli nazionali non possono essere considerati solo delle goliardate da osteria, perché a lungo andare possono minare la coesione nazionale. Fini ha ragione. Finché il Carroccio batteva sul terreno dell’opposizione al sistema e del movimentismo, alcune dichiarazioni dei suoi esponenti potevano ancora essere rubricate nel folclore e nella propaganda controcorrente. Finito lo stato nascente, vinte a man bassa le ultime elezioni ed entrati nella vera stanza dei bottoni (quella delle Regioni) i leghisti invece di assumere un tono più consono a una forza di governo, hanno cominciato a spararle sempre più grosse. Si dirà: contano i fatti, guardiamo come amministrano. Mi dispiace, ma ora hanno lo scettro dell’area più ricca del Paese e cominciano a pesare anche le parole. A questo punto i casi sono due: o la Lega è un partito che non riesce a crescere e darsi un profilo di forza politica matura e responsabile; oppure sotto sotto (neanche tanto sotto) il partito di Bossi ha in mente una secessione de facto del Paese che - e qui ha ragione il Senatur - non ha bisogno di fucili perché l’arma finale sarà l’economia, il gap tra Nord e Sud. Qualcuno la chiamerebbe "secessione dolce", un distacco naturale, indotto da una situazione oggettiva non più sanabile. Non so dirvi se l’Italia arriverà a questo, ma sono convinto che a forza di picconare l’inno, la bandiera, la Capitale, il Mezzogiorno isole comprese, si finirà per dare una mazzata da ricovero d’urgenza anche al senso di appartenenza e solidarietà della nazione. Andando avanti di questo passo, non mi stupirebbe neppure che a invocare la secessione fossero le non poche teste calde che ci sono anche nel Meridione. Quando la politica si gingilla con la nitroglicerina, non si sa mai dove si va a finire. Parlo a ragion veduta e gli amici leghisti lo sanno: il Sud è in fermento e i movimenti localistici si moltiplicano. Se si gioca la partita dell’antagonismo a chi è più autonomo, la cosa diventa pericolosa. Sono nato in Sardegna, dalle mie parti si predicava l’indipendenza quando Bossi non era ancora nato e non si progettava con i carri armati di cartapesta dei Serenissimi in piazza San Marco. La cronaca offriva ben altri racconti e personaggi. Le macchiette in gondola sono una cosa, i secessionisti un’altra. I leghisti dicono di essere federalisti. È il loro totem. Ne sono felice. Qualche piccolo consiglio, franco e totalmente disinteressato. Dovrebbero fare il piccolo sforzo di guardare un po’ più in là della Val Brembana (bellissimo posto) e studiare l’esempio che viene dagli Stati Uniti d’America. In quel Paese la bandiera è un simbolo sacro. Viene rispettata, ai bimbi a scuola si insegna a ripiegarla bene, si fa l’alzabandiera, si canta l’inno. I presidenti scelti dal popolo ogni quattro anni sono rispettati, e quando passano a miglior vita sono venerati in splendidi mausolei a Washington. I caduti di guerra sono la memoria che si rinnova con celebrazioni, libri, film, arte. Non è vuota retorica di cui - e qui la Lega ha ragione - si è riempita la bocca la classe dirigente italiana fino a ieri. È la forza di un Paese che avendo vissuto la guerra civile, visto il sangue e messo lapidi, fatte due o tre riflessioni sensate sulle divisioni, l’odio e la separazione tra Nord e Sud, rimanda continuamente ai simboli dell’unità, dello stare insieme sotto un’unica bandiera a stelle e strisce. Anche l’Italia vuol farsi federalista. Bene. Ma la sensazione - e spero vivamente sia sbagliata - è che la Lega stia facendo di tutto per arrivarci nel segno della disunità. Noi italiani ci stiamo avviando verso il federalismo fiscale senza per ora aver tra le mani niente che ne spieghi la filosofia di fondo, il disegno per il futuro. Non parlo del quanto costa (che pure ha il suo perché), degli aspetti tecnici e legali, delle competenze, ma del senso profondo, della visione del nostro futuro e soprattutto di quello che attende i nostri figli. È chiedere troppo? La storia americana ha il suo fondamento in una meravigliosa Costituzione spiegata mirabilmente nel 1788 dai Federalist Papers scritti da tre uomini saggi: Alexander Hamilton, John Jay e James Madison. Sono testimonianze esemplari, sopravvivono all’acido corrosivo della storia. Ecco, forse siamo arrivati al nocciolo del problema: il nostro manifesto federalista lo sta scrivendo Calderoli.