Il Cav camicia rossa

E adesso? Il Cavaliere è riuscito persino a parlare bene - sotto il solleone di Sofia e prima di volare in Libia da Gheddafi per incassare un successo di politica estera - di Giuseppe Garibaldi. Lo ha fatto inaugurandone una statua equestre e ricordando che l'"eroe dei due mondi" scelse come fine della propria vita il compito di dare a un popolo, quello italiano appunto, la possibilità di diventare una nazione unita e indipendente.   Non solo. Ha rammentato che fra i "Mille" ci furono una trentina di cittadini bulgari e ha aggiunto che la vita generosa di Garibaldi è servita da esempio e da stimolo per altri popoli. In un momento nel quale il parlar male del Risorgimento e dell'unità nazionale sembra diventato uno sport, le parole del premier giungono come una sassata. Gli intellettuali di sinistra saranno certamente spiazzati. E accuseranno il Cavaliere di appropriazione (culturale e storica) indebita. In fondo gli ex-comunisti hanno sempre rivendicato, come propria, l'eredità di Garibaldi fino a riprodurlo sui manifesti all'epoca del grande scontro elettorale del 1948. E hanno liquidato, sotto sotto, le passioni e le simpatie garibaldine di altri statisti italiani, come Giovanni Spadolini e come Bettino Craxi, come pure e semplici, innocue e curiose manie di collezionisti di cimeli. Questa volta, però, le cose stanno diversamente. Proprio perché certi giudizi li ha formulati Berlusconi. Ogni parola del Cavaliere assume valore politico.   E mette in agitazione i suoi "nemici per la pelle". I quali, ora, ne siamo certi, saranno in preda a un dilemma esistenziale. Poiché, naturalmente, non si può essere d'accordo con Berlusconi, è evidente - staranno almanaccando gli intellettuali di sinistra - che ci si è sbagliati, fino ad oggi, a parlar bene di Garibaldi. E, perché no?, anche di quella unità d'Italia che - una volta liquidata da Antonio Gramsci e dai suoi nipotini d'accatto come "rivoluzione agraria mancata" - era stata, con allegra disinvoltura e contorsionismo intellettuale, recuperata, proprio negli ultimi tempi, almeno nella componente rivoluzionaria, per non lasciarne al centrodestra il monopolio. Ma Berlusconi il "mal di pancia", con questa sua battuta estiva, lo avrà provocato anche in certi ambienti del centro-destra. Dalle parti della Lega, in primo luogo, sempre beceramente critica nei confronti dell'unità nazionale, e di Garibaldi in particolare, e dimentica del fatto che molti dei "Mille" provenivano proprio dalle città e dalle valli del Nord. Ma anche dalle parti, in secondo luogo, di quel bizzarro e antistorico tradizionalismo anrisorgimentale, filoreazionario e nostalgico, serpeggiante in molti, se pur minoritari, settori del centro-destra. Non possiamo sapere, con certezza, se e fino a che punto il Cavaliere ami davvero il biondo "eroe dei due mondi". Ma qualche simpatia deve certo nutrirla, quanto meno per talune riconosciute doti del condottiero: il suo essere una vera e propria "forza della natura", la sua indiscutibile personalità carismatica, la sua fibra di realizzatore concreto e non succube di ideologie, la sua eccezionale capacità di attirare consensi e, perché no?, antipatie se non, addirittura, odi viscerali. Tuttavia, al là delle facili battute e dei discorsi oziosi, le parole di Berlusconi su Garibaldi e sulla costruzione dell'Italia come Stato unitario e indipendente, sono davvero importanti, in questa calda vigilia del 150° dell'unità nazionale. Servono a richiamare l'attenzione sul fatto che con il Risorgimento, e con il raggiungimento dell'unità, l'Italia ha imboccato davvero la strada della modernizzazione politica ed economica. E lo ha fatto in maniera corale, mettendo da parte le divisioni, impegnandosi in uno sforzo comune fondato sulla volontà realizzatrice. E servono, altresì, queste parole, a ricordare agli immemori che la storia nazionale è un patrimonio del quale essere orgogliosi. Sono parole di buon senso, lontane dalle fumisterie ideologiche, ma proprio per questo gradite al cittadino comune. Al quale Berlusconi - che porti la bandana o indossi la camicia rossa - finisce per piacere sempre di più.