Di Pietro azzanna il Pd

A meno di cinque giorni di distanza dalla conferenza stampa congiunta fatta alla Camera per rilanciare un rapporto privilegiato di collaborazione con Antonio Di Pietro, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani si è beccato dal suo strano alleato due poderosi calci negli stinchi: uno a Napoli l’altro a Bologna. A Napoli l’ex magistrato ha rifiutato, l’altro ieri, la candidatura del sindaco di Salerno Vincenzo De Luca alla presidenza della Regione Campania, intervenendo a gamba tesa anche nella situazione interna del Pd, dove l'accantonamento del "governatore" uscente Antonio Bassolino, fortemente voluto dal segretario del partito, non è certamente un'operazione indolore. A Bologna, dove Bersani è atteso per cercare di sbrogliare nel Pd la matassa della successione al sindaco dimissionario Flavio Delbono, caduto per una brutta storia di soldi e di sesso, Di Pietro si è affrettato ad annunciare la candidatura di una sua persona notoriamente di fiducia alla guida della città roccaforte dell'ex Pci: l'imprenditrice bresciana di moda Silvia Mura, già eletta deputata in Emilia Romagna nelle liste dell'Italia dei Valori grazie all'apparentamento con il Pd incautamente concesso dall'allora segretario Walter Veltroni. Che consentì al partito di Di Pietro due anni fa di dimezzare le soglie elettorali di sbarramento, che sono del 4 per cento alla Camera e dell'8 per cento al Senato: livelli che oggi l'Italia dei Valori, grazie al terreno cedutogli nel frattempo proprio da Veltroni, potrebbe anche raggiungere da sola, almeno alla Camera, ma che nel 2008 erano improbabili. Se a Bologna l'annunciata candidatura dipietrista di Silvia Mura a sindaco può essere alla fine liquidata da Bersani come uno spiacevole sgarbo, avendo forse il Pd nel capoluogo emiliano ancora i numeri per fare a meno degli elettori dell'ex magistrato, a Napoli l'iniziativa di Di Pietro potrebbe risultare decisiva per la sconfitta del maggiore partito della sinistra nelle elezioni regionali, già indebolito dal bilancio non proprio esaltante dei dieci anni di Antonio Bassolino alla guida della Regione, gli ultimi dei quali miseramente sommersi dalla spazzatura prima dello sgombero effettuato dal governo di Silvio Berlusconi. Il movimento di Di Pietro non si è limitato a contestare la candidatura di De Luca chiedendone a Bersani la rimozione. Esso si è anche mostrato disponibile a mettere in campo un candidato da concordare con le sinistre di Nichi Vendola, il governatore uscente della Puglia, di Paolo Ferrero e di altre frattaglie dell'antagonismo sociale. Che non perdonano a De Luca la forte azione d'ordine svolta a lungo come sindaco di Salerno, tanto da affibbiargli il soprannome di "sceriffo". Rischia insomma di ripetersi in Campania un'operazione analoga, seppure rovesciata, a quella costituita in Puglia dalla candidatura dell'ex sindaco di Lecce Adriana Poli Bortone, già dirigente di Alleanza nazionale, cavalcata da Pier Ferdinando Casini dividendo il centrodestra. Formalmente Di Pietro contesta a De Luca non l'azione d'ordine ma le sue pendenze giudiziarie, che lo equiparerebbero, nella logica giustizialista dell'ex magistrato, ad un pregiudicato, per quanto il sindaco di Salerno non abbia subìto alcuna condanna. Egli è stato rinviato a giudizio, sia pure con pesanti accuse di truffa aggravata e altro, per una variante urbanistica. Ed è indagato per un'altra variante ancora, sempre urbanistica. Dell'una e dell'altra vicenda De Luca, difeso personalmente giovedì scorso dal segretario del suo partito nel salotto televisivo di Michele Santoro e Marco Travaglio, si sente "orgoglioso", e pensa di uscirne a testa alta anche in tribunale, perché le varianti urbanistiche contestategli sarebbero servite a salvare due aziende in crisi e quattrocento posti di lavoro. Ma a questi argomenti Di Pietro stavolta fa spallucce, anche se negli ultimi tempi, cercando di fare concorrenza pure ai sindacati e alla sinistra estrema, egli s'infila nei cortei e altre manifestazioni di protesta di disoccupati o di lavoratori a rischio di licenziamento. Sarebbe ora che si meritasse a tutti gli effetti, sia pure a scoppio ritardato, l'elezione a senatore nel blindatissimo collegio rosso del Mugello procuratagli nel 1997 dall'allora segretario del Pds Massimo D'Alema. Ciò gli consentì l'esordio parlamentare ben undici anni prima dell'infausto e già ricordato apparentamento elettorale concesso da Veltroni al movimento nel frattempo allestito dall'ex magistrato. È impressionante la vocazione della presunta o aspirante sinistra riformista all'autorete, anzi al suicidio.