La vita di Karol cela ancora fatti sorprendenti

In una sua bella pagina il poeta francese Charles Péguy dice che Gesù, incarnandosi, ha assunto anche la "discutibilità" come caratteristica storica in cui abitare. Ovvero, dice con forza poetica quel testo, essendosi incarnato, Dio accetta anche il rischio del fraintendimento, della messa in discussione, della diatriba tra testimoni e storici. Insomma, tutte le cose che capitano ai fatti storici.   L'incarnazione, dolcissima e paziente, è tale fino a questo punto, fino in fondo. Lo si vede continuamente nel Vangelo. Il dibattito, diciamo così, intorno a Gesù era vivace e la sua domanda agli apostoli ("e voi chi dite che io sia?") è il segno drammatico e supremo di questo metodo. Con il Natale, Dio si è messo nelle mani dell'uomo. Straordinario rovesciamento, dice ancora Péguy. E quel che vale per l'inizio della storia cristiana, per il suo capo, vale per tutti i suoi testimoni, per tutte le persone e le comunità in cui quella prodigiosa e tenerissima incarnazione è continuata ad accadere. L'Incarnazione è un metodo storico, e assume sempre la verifica della esperienza e della storia. Così la proclamazione dei Santi, da parte della Chiesa, è l'indicazione di figure in cui certamente quella misteriosa forza di incarnazione del divino nell'umano ha brillato in maniera particolarmente evidente. In modo che, a giudizio della Chiesa, un giudizio calibrato da una saggezza e da un rischio secolari, non lascia ombre. E che ora sono così proposte alla storia degli uomini, personale e pubblica. A questa indicazione non si giunge sulle ali di un momentaneo entusiasmo, ma per via di un esame storico accurato, il più accurato possibile. La firma di Benedetto XVI all'atto che riconosce le "virtù eroiche" del suo predecessore Giovanni Paolo II è punto di partenza verso la possibile beatificazione e la gloria degli altari, ma soprattutto è punto di arrivo di un iter accurato di indagine, da cui, so per certo, vengono elementi sorprendenti sulla vita di Karol Wojtyla e sulla sua fede. Ripeto, so per certo che ci sono elementi e fatti della vita di Wojtyla, di un uomo che i media hanno frugato in ogni modo, che sono ignoti e che sorprendono per la loro forza spirituale. Lo per testimonianze. E quando certi racconti vagliati dagli organi preposti saranno conosciuti, tale eccezionalità farà commuovere e ammutolire tanti. Ma sarebbe bastata la lettura attenta delle sue poesie. Perché un uomo scrive ciò che vive. Per quanto un poeta non sia mai "personaggio" riconoscibile o affidabile da ricostruire mediante i suoi versi, è però vero che si scrive non ciò che si vuole ma ciò che si vive. E la qualità di vita interiore e la forza di visione che in quei versi - fin da quelli giovanili - si imprime è eccezionale (o "eroica", come si esprime formalmente il lessico delle cause dei santi). Ora, dunque, la personalità umana di Karol Wojtyla - del papa venuto di lontano - e non solo la sua straordinaria figura di pontefice, ci viene indicata come speciale segno della incarnazione del Mistero tra noi. In quel ragazzo, seminarista, attore, operaio, in quell'amante della montagna e della compagnia, in quella particolare pasta umana, continuava, è continuata la più grande faccenda della storia: Dio comunica se stesso tra gli uomini attraverso la presenza, la personalità, la storia personale di uomini come noi.   Più che la conferma di qualcosa che pensavamo già di sapere, è l'inizio di una nuova avventura di conoscenza e di paragone. Sì, perché il metodo dell'Incarnazione, il metodo storico della santità, il rischio avventuroso che Dio ha preso di mischiarsi così all'umano nel tempo, chiede a chi si trova dinanzi a questi segni e presenze di paragonarsi, di esporre la propria vita alla proposta di positività e di misericordia che ne viene. Nel caso di Wojtyla siamo come favoriti in questo paragone dal senso di amicizia che la sua figura di Papa ha suscitato in vicini e lontani. Dalla simpatia, diciamolo, che la sua umanissima, forte e pur ferita figura ha suscitato in tutti. E ora questa simpatia si inizia a chiamare con il suo vero nome, santità. Cioè l'amicizia di Cristo.