Sponda su intercettazioni, mafia e riforma tra il presidente della Camera e l'Anm

Atagliare il nastro. Sarebbe dovuta essere un'inaugurazione come altre. Come tante altre. Stavolta il via al Salone della Giustizia che darà Gianfranco Fini stamattina avrà ovviamente un significato politico diverso visto che capita nel pieno delle polemiche sul fuori onda che ha coinvolto il presidente della Camera. Fini ci va, al Salone della Giustizia che si tiene a Rimini, anche perché è una maifestazione cara a uno dei suoi fedelissimi, Filippo Berselli, presidente proprio della commissione Giustizia del Senato. E ci va, Fini, sicuramente perché quello con il mondo della giustizia è un rapporto ormai sempre più saldo. Da inciucio fuori onda. Da bacio in bocca. Berlusconi potrebbe dire da abbraccio mortale. Di sicuro il rapporto tra l'ex leader di An e le toghe è stato molto intenso negli ultimi mesi (e a iniziare questa strategia fu Gianni Alemanno nel 2004). Per questo il corteggiamento a microfoni inconsapevolmente accesi al procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi (colui che spense Canale 5 nella guerra dei pretori di un quarto di secolo fa) non è una sorpresa. Esattamente a un mese dal terremoto di L'Aquila, nella sua prima visita, il presidente della Camera invitò la magistratura ad accertare «le responsabilità nella violazione delle norme sulle costruzioni». Cinque mesi dopo è stato accontentato con la prima dozzina di avvisi di garanzia per i crolli del capoluogo abruzzese. Anzi, i pm sono andati oltre. Per la precisione proprio la procura di Trifuoggi ha già disposto il primo arresto per la ricostruzione. Nel video diffuso si è visto per la prima volta il cinguettare, quel tono ossequioso, quasi complice tra il presidente della Camera e il capo del pm della città dannunziana. I messaggi incrociati si erano potuti finora solo leggere. Per esempio, ancor prima del terremoto, a gennaio scorso, Fini scrive una lettera al Corriere della Sera nella quale elenca la sua riforma della giustizia (tra cui scindere i ruoli tra pm e giudice, il Parlamento fissa le priorità dei reati e ampia facoltà di intercettazione) e l'Anm coglie al volo l'occasione di ricercare una sponda non berlusconiana nel centrodestra. Così Palamara e Cascini s'affrettano a dichiarare: «Apprezziamo l'iniziativa del presidente Fini». Ma è con l'estate che la liason, quei messaggi da Baci Perugina, sbocciano in qualcosa di più concreto. A luglio esplode il caso delle intercettazioni telefoniche che il disegno di legge Alfano vorrebbe fortemente limitare tra le proteste dei pm. Inizia una trattativa a tratti dura tra Ghedini e la Giulia Bongiorno. Poi si passa in sede politica con il presidente della Camera che si mette di traverso. Arriva in soccorso anche il presidente della Repubblica e il ddl viene rinviato a settembre, poi ottobre, novembre, dicembre, dritto dritto in un cassetto. Viene la volta della mafia. Sempre a luglio viene ascoltato il pentito Gaspare Spatuzza che parla di un coinvolgimento di Berlusconi e Dell'Utri nelle stragi del '93. Fini, presumibilmente, non lo sa perché si tratta di verbali secretati. Ma quando alla ripresa della politica a settembre va al seminario del Pdl di Gubbio avverte: «Mai, mai, mai dare l'impressione di non avere a cuore la legalità e la verità. Sono convinto dell'accanimento giudiziario contro Berlusconi, ma non dobbiamo lasciare nemmeno il minimo sospetto sulla volontà del Pdl di accertare la verità sulle stragi di mafia. Se ci sono elementi nuovi, santo cielo se si devono riaprire le indagini, anche dopo 14-15 anni! Soprattutto se non si ha nulla da temere». Fini va oltre. Incontra riservatamente alcuni dei magistrati antimafia più famosi. Il suo fedelissimo Fabio Granata è in sintonia di Roberto Saviano. A fine settembre si parla di una candidatura di Nicola Cosentino a presidente della Campania. Ma sui giornali all'improvviso compaiono i verbali di pentiti che lo accusano di fatto di essere colluso con la camorra. Il 17 ottobre Berlusconi convoca i parlamentari campani e sembra orientato su Cosentino e il Secolo esce con un numero dal titolo eloqente: «Lotta alla mafia, e se tornassimo allo spirito del ‘92?». Seguono elogi a Saviano, il quale manda in giro un sms dal testo che suona così: «Se candidano Cosentino tre anni della mia via sono buttati». Seguono interviste a Claudio Fava, un altro ossessionato da Berlusconi. Seguono dichiarazioni del direttore del quotidiano finiano, Flavia Perina, tra le menti più raffinate dell'entourage presidenziale: «Vedo che si parla di riforma della giustizia, ma per noi vuol dire anche difesa della legalità». Seguono articoli sui quotidiani che annunciano un imminente arresto di Cosentino (la richiesta arriverà alla Camera solo l'11 novembre), il quale a sua volta dice che ad armare quella campagna contro di lui è una sola persona. Italo Bocchino, suo nemico storico e finiano di stampo tatarelliano, comincia a chiedere le dimissioni del sttosegretario. Quattro giorni dopo, Fini pone lo stop alla candidatura. Intanto la Corte costituzionale ha bocciato il lodo Alfano. Berlusconi reagisce attaccando il Quirinale, poi la Consulta e Fini, ovviamente, difende le due istituzioni dalle sortite del premier. Si comincia timidamente a parlare di riforma della giustizia e Fini pone il primo paletto: i pm restino autonomi (14 ottobre). Applauso dell'Anm. Ghedini prepara le contromisure. Si parla della prescrizione breve e della sanatoria sui processi tributari da infilare in Finanziaria. I magistrati non ci stanno e issano le barricate, annunciano anche una mobilitazione. Bocchino avverte: «Basta ghedinate». Fini, incontrando Tremonti alla Camera (è il 18 novembre), fa capire che una soluzione del genere non la farebbe mai passare. Salta tutto e si riparte dal processo breve. La tregua tiene. Berlusconi esclude le elezioni anticipate. Napolitano prova a mediare e chiede alle toghe di darsi una calmata proprio nel giorno in cui l'associazione magistrati viene ricevuta a Montecitorio da Fini. Ora il fuori onda che esplode come una bomba atomica che fa crollare i muri. Il gioco di Fini appare agli occhi di tuti. Anche a quelli di Berlusconi.