Due anni dal predellino

Accadde due anni fa. Domani sarà trascorso un biennio da quella domenica che segnerà la storia del centrodestra. È la domenica del predellino. Il giorno in cui Silvio Berlusconi, stupendo tutti, salì su un'auto e fondò un nuovo partito: il Popolo della Libertà. E oggi come ieri il Cavaliere era nell'angolo. Oggi come ieri sembrava finito, sulla via del tramonto. Oggi come ieri aveva tutti contro. Oggi come ieri si attendeva solo una sua condanna. E oggi come ieri i suoi rapporti con Gianfranco Fini sembravano aver toccato il minimo storico. Sembravano, mai porsi limiti simili. Insomma, le similitudini sono tante. Tante che c'è chi si sente autorizzato a immaginare che Berlusconi stia preparando il bis. Oggi come allora un nuovo colpo di testa, un colpo di genio. Qualcosa che lo porti a rovesciare il tavolo. A cambiare visuale di gioco. Ad uscire dall'angolo. Gli esempi tratti dallo sport possono essere innumerevoli ma il concetto è lo stesso. Le voci che si rincorrono da settimane parlando di un «predellino istituzionale», il desiderio della Grande Riforma che modifichi, dal profondo, l'assetto dei vari poteri. Dimezzando i parlamentari, ponendo fine al bicameralismo perfetto, assegnando nuovi poteri al premier, consegnando una corposa riforma della giustizia. Quelunque cosa accadrà, quella sera di due anni fa la situazione era davvero molto simile a quella odierna. Berlusconi aveva per settimane inseguito la spallata al governo Prodi. Spallata che si sarebbe dovuta verificare il 14 novembre, giorno del voto della Finanziaria. Ma Dini non si sfilò dal centrosinistra quel giorno e il Professore restò in sella. Fini passò all'attacco e chiese un cambio di strategia, non il muro contro muro con il centrosinistra ma un minimo di dialogo almeno sulla riforma elettorale. E si andò avanti, giorno per giorno, con il Cavaliere bersagliato dagli alleati. Fini, ma anche Casini. Poi quella domenica che si aprì con un'intervista dell'allora leader di An che annunciava: «Il giro di boa è l'inizio dell'anno nuovo. Se in quel momento saremo in grado di rilanciare su basi nuove la nostra iniziativa politica, bene. Altrimenti ognuno andrà per la sua strada». Fabrizio Cicchitto andò a un convegno di An ad Assisi e venne fischiato. Chiamò il Cavaliere per raccontargli l'accaduto. Proprio in quel momento Silvio venne a sapere che in quel fine settimana, invece, milioni di persone avevano fatto la fila ai gazebo di Forza Italia per chiedere di mandare a casa il governo di sinistra. Così il colpo di testa. Decise di andare in piazza San Babila, dove c'era uno dei centri di raccolta di firme e dove ad attenderlo c'era qualche migliaio di persone. Il bagno di folla e la salita sul predellino dell'auto: «Oggi - scandì, quasi coperto dai cori e dagli applausi - nasce ufficialmente un nuovo grande partito del popolo delle libertà: il partito del popolo italiano. Invitiamo tutti a venire con noi contro i parrucconi della politica in un nuovo grande partito del popolo. Chiediamo a tutti di mettere da parte ogni timore ed ogni remora: questo è quello che la gente vuole». Il giorno dopo, a Roma, spiegò: «Chi sono i "parrucconi"? Sono mestieranti della politica, che stanno nel "Palazzo" e non capiscono più la realtà». «C'è un Palazzo e c'è la gente - aggiunse - Io credo di essere ancora uno della gente, che capisce la gente». Era due anni fa. Ma il Cavaliere potrebbe ripetere queste parole oggi.