Berlino cuore d'Europa ricorda il muro

BERLINO - Dieci anni fa Berlino era la città che aspirava a diventare la capitale d'Europa. Si accingeva a celebrare il decennale della caduta del muro di Berlino in una crescita tumultuosa. Travolta nel sogno irrefrenabile di diventare al più presto la locomotiva del Continente, la capitale della Germania riunificata fece della festa del 9 novembre '99 qualcosa di più di una semplice festa. Fu una esibizione di forza. Il Reichstag appena restaurato per mano di sir Norman Foster, i più grandi architetti chiamati a concorrere a rifare la Postdamer platz, la grande vittima urbanistica del muro. La piazza era il luogo dei caffè letterari degli anni '20, il Muro la tagliò a metà portandola alla depressione, quindi all'abbandono. Infine il segno della nuova era, della rinascita. Il decennale dunque fu un piccolo Expo. Una sfida aperta alle altre capitali europee. Si pensava di trasferire la sede della Borsa tedesca da Francoforte a Berlino perché questa voleva scippare a Londra la leadership delle capitali finanziarie. Le porte aperte agli artisti per prendere a Parigi la corona della città della pittura e della scultura, il versante turistico per far concorrenza a Roma. Due lustri dopo, tutto è cambiato. Le celebrazioni del ventennale sono in un circolo chiuso. Un piccolo spazio della città quello attorno alla porta di Brandeburgo è interessato dalla «festa». Il resto assiste sonnacchioso. Con distacco germanico, forse anche infastidita dal traffico provocato tutto intorno al zentrum. «Quella lì? È la celebrazione delle autorità», dice Claudia Bomke, del pub Holzburm, in Osnabrukerstasse. Girando nel quartiere a ovest, non si vede un poster celebrativo. Non un gadget. Non un souvenir. Niente di niente. Se venti anni fa l'Europa fece a gara per arrivare fin qui per venire a vedere quel momento storico, per picconare il simbolo della divisione e per riportare a casa un pezzo di Muro, un brandello, una scheggia oggi è tutto diverso. Non c'è nemmeno una maglietta celebrativa. Niente. Niente di niente. E anche Mark, il tassista, anche lui era a Ovest quel giorno di venti anni fa, non fa salti di gioia: «Chissà quanto la nostra vita è cambiata». Fa freddo a Berlino. Una pioggerellina gelata accompagna questo 9 novembre. Gruppi di scolaresche dalla mattina affollano il grande domino che corre lungo il percorso dell'allora muro e che sarà fatto «crollare» in serata. Tutto è molto sobrio. Tutto è prussianamente sobrio. Una celebrazione non collettiva ma intimista. Ognuno ricorda il suo muro, la sua riunificazione. Ognuno porta fin qui il suo personale ricordo. Non c'è un momento cumulativo, unificante. È più unificante l'hot dog, il grande wurstel venduto in mezzo al pane a cui nessun tedesco riesce a dire di no. I chioschetti addossati lungo il muro fatto di domino che vengono presi d'assalto. A sera la celebrazione assomiglia più a una festa di paese. La musica tipica, i panini, l'immancabile birra. Non mancano i dolci, il grande pane nero tedesco, le patate fritte e l'odore di grasso che viene fuori da questi piccoli chalet messi apposta per sfamare i tanti che arrivano. E proprio davanti alla stazione di Postdamer è stata costruita una mini pista da sci, come si volesse esorcizzare la retorica del palco eretto poco più avanti, alla porta di Brandeburgo. «È stato il risultato di una lunga storia di oppressione e della lotta contro questa oppressione», dice Angela Merkel, la cancelliera venuta dall'Est. Prendono la parola i rappresentanti delle Nazioni che liberarono Berlino dal Nazismo: il russo Medvedev, il francese Sarkozy, l'americana Clinton (ma non è voluto mancare Obama che ha mandato un video), l'inglese Brown. Ma è la stessa Merkel a ricordare come la stessa riunificazione resti «incompiuta», a sottolineare come ad Est ci sia ancora un tasso di disoccupazione doppio rispetto all'Ovest. È uno squarcio alle solite frasi di circostanza alle quali un po' tutti di lasciano andare. In fin dei conti è una festa. Una festa della libertà. Che ha i suoi momenti irrinunciabili come quando i tasselli del finto muro cominciano a venire giù, uno dopo l'altro, tra i festeggiamenti dei ragazzi che sono voluti rimanere qui nonostante il tempaccio. E furono proprio i ragazzi, i ventenni, a scalare il Muro, a violare il Muro quella sera dell'89. È una festa popolare. Forse è la prima vera festa popolare europea visto che a ciondolare tra il pubblico ci sono tante parlate, tante lingue diverse che si intrecciano, tanti italiani. E forse Berlino non ha più questa necessità di battersi per dimostrare di poter essere la capitale d'Europa perché in un certo qual modo già lo è, ha acquisito quel ruolo o sente di averlo già acquisito.