Dalla Corte uno schiaffo a Napolitano

Il giorno più lungo di Silvio Berlusconi finisce intorno alle 18. Quando tra la schiera di giornalisti appostata dalle 9 di mattina davanti al Palazzo della Corte costituzionale si diffonde una voce: il Lodo Alfano è stato bocciato. In realtà erano ore che circolava l'ipotesi di una sentenza negativa. Anche all'interno della maggioranza. Ma alle 18.30 i rumors diventano una certezza. Dal portone del Palazzo della Consulta, che per tutta la giornata è rimasto rigorosamente off limits per taccuini e telecamere, esce un signore con un plico di fogli. È il comunicato ufficiale. Sei righe che non lasciano spazio a interpretazioni: «La Corte costituzionale, giudicando sulle questioni di legittimità costituzionale poste con le ordinanze n. 397/08 e n. 398/08 del Tribunale di Milano e n.9/09 del GIP del Tribunale di Roma ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 1 della legge 23 luglio 2008, n. 124 per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione».   Che tradotto dal linguaggio giuridico significa che il Lodo Alfano non rispetta il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e che comunque, per stabilire la sospensione dei processi per le cinque più alte cariche dello Stato, bisogna procedere con una modifica costituzionale e non con un testo ordinario. Uno schiaffo al premier che non potrà riproporre la norma nell'immediato (l'iter di una modifica costituzionale è fin troppo lungo), ma anche al Capo dello Stato che nel luglio del 2008, autorizzando la legge, aveva sottolineto come la Corte non avesse mai parlato di leggi costituzionali. Giorgio Napolitano, però, evita le polemiche e ambienti a lui vicini fanno sapere che «ha accolto con rispetto la sentenza della Corte Costituzionale, alla quale soltanto spetta il giudizio di costituzionalità delle leggi». Anche se gli stessi ricordano proprio quella sottolineatura di un anno fa. Quasi a dire: il Capo dello Stato non ha fatto errori.   Quindi il Quirinale dirama una nota ufficiale per replicare a Silvio Berlusconi che lo aveva accusato di essere schierato contro di lui: «Tutti sanno da che parte sta il Presidente della Repubblica. Sta dalla parte della Costituzione, esercitando le sue funzioni con assoluta imparzialità e in uno spirito di leale collaborazione istituzionale». Parole cui fanno eco quelle del ministro Ignazio La Russa: «Non è il Quirinale che ha deciso, il presidente Napolitano ha nominato soltanto uno dei giudici della Corte Costituzionale». Ma al di là delle polemiche il dato resta. Secondo indiscrezioni la Corte ha preso la decisione a maggioranza: 9 contro, 6 a favore. Un risultato forse prevedibile.   Alla vigilia, infatti, erano 8 i giudici dati come vicini al centrosinistra e quindi con posizioni ostili al Lodo (oltre al presidente Francesco Amirante, Ugo De Siervo, Franco Gallo, Gaetano Silvestri, Sabino Cassese, Alessandro Criscuolo, Paolo Maddalena e Paolo Grossi). A questi dovrebbe essersi aggiunto Giuseppe Tesauro. Mentre la «pattuglia di maggioranza» sarebbe rimasta invariata. Tra l'altro, rileggendo la sentenza del 2004, c'è un passaggio piuttosto interessante in cui si nota che il principio di eguaglianza davanti alla legge (articolo 3) è tra quelli fondanti della Carta e, quindi, può essere modificato solo con leggi costituzionali così come stabilito dal 138. Proprio i due articoli citati dalla Corte. Ma ormai è troppo tardi per pensarci.