(...) fecero mostra di spirito più di geometria che di finezza.

Nellaconvinzione che il presidente della Repubblica non poteva ereditare i poteri del sovrano sabaudo. Così stabilirono che la funzione legislativa è esercitata esclusivamente dalle due Camere e che il Colle interviene solo in un secondo tempo. Quando promulgherà le leggi qualora non vi ravvisi una manifesta incostituzionalità o, in caso contrario, le rinvierà con messaggio motivato alle Camere per una nuova deliberazione. Sta di fatto che non sono poche le integrazioni più o meno tacite alla suprema legge della Repubblica apportate un po' da tutti gli organi costituzionali. Così la questione di fiducia, non contemplata dalla Costituzione, si è affermata in via di prassi prima di essere disciplinata dai regolamenti parlamentari. Così le sentenze interpretative, manipolative, additive della Corte costituzionale, ignorate dalla nostra Carta repubblicana, si sono aggiunte alle sentenze di accoglimento e di rigetto. E il Quirinale ha fatto altrettanto. Da sempre, si può dire. Da quando Luigi Einaudi faceva trovare di buon mattino sul tavolo di questo o quel ministro dei bigliettini con l'invito a riflettere sul da farsi. Con un particolare monito al puntuale rispetto di quell'articolo 81 della Costituzione al quale lui stesso aveva voluto dare rango costituzionale. E che, com'è noto, stabilisce — abbaiando alla luna — la scrupolosa copertura di ogni spesa. Ora, come ai tempi della regina Vittoria a detta di Walter Bagehot, il nostro capo dello Stato ha tre diritti: quello di essere consultato, quello d'incoraggiare e quello di mettere in guardia. E oggi come oggi quella che va sotto il nome britannico di moral suasion rappresenta la polpa delle prerogative del Quirinale. Perché i suoi tradizionali poteri stanno evaporando sempre più. Non è come un tempo autentico commissario alle crisi ministeriali in quanto il presidente del Consiglio di fatto è eletto dal popolo. Con il risultato che la sua nomina da parte del Colle è obbligata e la fiducia parlamentare è ormai più ad pompam che ad substantiam. Mentre il potere di scioglimento di regola interviene, o dovrebbe intervenire, solo alla caduta del governo confortato dal voto popolare. La moral suasion può manifestarsi in tanti modi. Per esempio, con la promulgazione della legge sicurezza «accompagnata» da tutta una serie di notazioni critiche. Per esempio, come Napolitano ha fatto l'altro ieri ricevendo a Palazzo il ministro Tremonti, segnalando l'opportunità di correttivi normativi al decreto anticrisi. A fin di bene, si capisce. Allo scopo di evitare un rinvio alle Camere della legge di conversione del decreto legge. Tutto sta a non esagerare. Primo, perché l'indirizzo politico spetta al governo di concerto con il Parlamento. Secondo, perché oggi non c'è più la sanzione regia prevista dallo Statuto albertino, peraltro utilizzata come veto solo in due casi. Con il risultato che il re era il terzo braccio della legge. Ma il fantasma della sanzione sta acquistando spessore e viene fatta sempre più spesso pendere come una spada di Damocle sui legittimi titolari del potere legislativo. Paolo Armaroli