Immigrati: ora serve più rigore e severità

Piazza Vittorio, cuore dell'Esquilino, lo storico rione nel triangolo della cristianità tra le basiliche di Santa Croce in Gerusalemme, San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore, che senza i 20 mila residenti romani sarebbe diventato la Chinatown della Capitale, nonostante 650 delle 1.200 imprese commerciali conquistate con la tecnica militare dell'invasione strada per strada siano finite in mano ai cinesi (ufficialmente solo 300 perché tutti gli altri hanno la residenza a Milano e Prato), promuove il ddl sulla sicurezza approvato ieri mattina alla Camera. Ma con qualche ritocco. «Serve più severità per rimettere in riga chi vorrebbe continuare a fare il padrone a casa nostra» dice chi abita da generazioni nel rione dove negli ultimi due anni e mezzo ben 4.000 persone sono state scoperte e identificate nelle «case stalle», (il 60% bengalese il 40% cinese) grazie alle denunce delle «sentinelle dell'Esquilino», residenti di ogni età che hanno aderito al Comitato Roma caput mundi, antesignani delle ronde, perché hanno attivato la vigilanza attiva già da anni: quando escono di casa drizzano le antenne per captare quello che succede intorno, e riferiscono alle autorità competenti. La sora Marisa e la sora Rita, romane de Roma, 120 anni in due, e di opposte fedi politiche, non hanno ancora letto i giornali. Ma hanno le idee chiare quando mostri loro i punti chiave del ddl sulla sicurezza pubblicati su Il Tempo il giorno dopo la fiducia incassata dal governo sui suoi tre maxiemendamenti (reato di clandestinità, ronde e permanenza al Cie fino a sei mesi). «Certo che va bene - dicono - devono rispettare le leggi anche loro, così la smettono di credere che questo sia il Paese del bengodi» spiegano sedute ai tavolini del Bar Cristal, il centro di piazza Vittorio. Ma le cose da agosto all'Esquilino, con le pattuglie miste del Patto per Roma, stanno andando meglio. «È grazie a loro» spiegano indicando due carabinieri in divisa, un terzo è in borghese, che stazionano davanti all'ingresso della metropolitana. Va meglio anche al parco al centro di piazza Vittorio. «Prima c'era di tutto - raccontano - gente ubriaca, barboni e zingari che rivendevano la roba rubata nei supermercati, caffè, parmigiano, salumi». Ma per lo spaccio di droga non c'è ancora freno. «Lo vede quello col codino? - sussurra all'orecchio Marisa - è uno spacciatore. E vedesse quel che succede a via Napoleone III, dove abito. Ma non mi faccia sentire che poi una coltellata me la becco di sicuro». A chi insulta le forze dell'ordine gli daranno fino a tre anni. «Ce vonno le regole, più disciplina c'è meglio è» commenta Bruno, 54 anni, che lavora alla Metro, e che tre anni vorrebbe darli «anche agli immigrati che pisciano sulla metropolitana» racconta. «Semo diventati i loro garzoni - continua - dormono, bevono e magnano a spese nostre». Mentre Stefano, il collega di 25 anni si chiede come mai gli immigrati possano essersi preso tutto il quartiere «pagandolo a peso d'oro - dice indicando palazzi e negozzi - mi spiega come hanno fatto?». Presto chi affitta anche una stanza ai clandestini rischierà fino a tre anni. Che succederà all'Esquilino dove i cinesi affittano posti letto a man bassa ai connazionali «che non muoiono mai» perché lo stesso passaporto va di mano in mano?. «Qui servirebbe l'ergastolo» risponde indicando il civico 113, dove c'è anche un ufficio Cgil, un romeno che di giorno suona nel tunnel della metropolitana e la notte lavora come panettiere, «in nero» sottolinea «per mantenere lavorando onestamente due figli». «Se cerca le case stalla salga su che le trova». Pochi giorni fa al civico 23 di via Napoleone III hanno trovato 40 persone stipate in un appartamento. Ma sottoterra ancora nessuno sa cosa succede. «Nessuno è ancora riuscito a entrare nei magazzini» sottolinea il consigliere municipale Pdl, Augusto Caratelli, presidente del comitato Roma Caput Mundi Difesa Esquilino. E ci sarebbe da "frugare" anche nelle case accatastate come magazzini o stalle. Vita da immigrati, fino ad oggi più facile che essere italiani. «Provi a vendere una pizza rustica in un alimentari e poi vede cosa succede» dice un commerciante, riferendosi all'odissea di un collega.