«La lottizzazione è fisiologica Santoro ha i soldi, faccia una tv»

GianniPasquarelli se ne sta comodamente seduto sul divano della sua casa romana. Camicia azzurra, maglioncino blu, jeans e scarpe sportive, gioca con gli occhiali e sorride. Sorride delle polemiche attorno alle nomine Rai. Lui Viale Mazzini lo conosce bene: direttore generale tra il 1990 e il 1993. Anni in cui in Italia comandava il Caf (Craxi, Andreotti e Forlani). Forse per questo la parola «lottizzazione» non lo spaventa. Anzi, spiega, «sono convinto che una lottizzazione all'insegna della meritocrazia aiuti a professionalizzare di più i giornalisti Rai». Ma come, si lancia in un elegio della lottizzazione proprio nel momento in cui l'opposizione grida allo scandalo per il vertice di Palazzo Grazioli? «Fin quando si polemizza sulla Rai significa che è viva». Tanto viva che tutti vogliono metterci le mani sopra. «Personalmente credo che la capacità di acquisire consenso popolare attraverso la televisione non è una cosa pacifica. I partiti ritengono che lo sia, ma secondo me una presenza eccessiva in televisione può essere addirittura controproducente». Sta dicendo che controllare viale Mazzini, in fondo, non serve? «Io so che l'antiberlusconismo di cui si sente parlare, e non solo, un po' tutti i giorni ha comunque dato una spinta a Berlusconi, l'ha consolidato». Un suggerimento a Santoro? «Talvolta far suonare tutte le campane lasciando che la gente possa ragionare con la propria testa è più realizzante. Quanto a consigli per Santoro ne avrei uno». Cioè? «Santoro, Travaglio e Vauro i soldi ce li hanno, perché non si fanno una loro televisione? Così non avrebbero più il condizionamento del direttore generale, del consiglio di amministrazione e del presidente. Prima, però, Santoro si faccia una chiacchierata con Vespa sul come si gestisce una platea di milioni di persone in un servizio pubblico». A proposito, cos'è il servizio pubblico? «La Rai è una società che viene pagata con i nostri soldi. Quindi quando ti trovi davanti una platea che ti paga lo stipendio, non puoi prescinderne» Torniamo alla lottizzazione, ma è vero che se non si conosce un politico in Rai non si fa carriera? «Questo non è vero. Ricordo ancora quando Gad Lerner disse che gli avevano dato un bigliettino chiedendogli di raccomandare uno. Gli telefonai e gli dissi: ma dove vivi? Il problema non è il bigliettino. A me, quando ero direttore generale, mi ficcavano due mani in tasca per darmi i bigliettini». E lei che faceva? «Io tenevo conto del merito. Perché nessuno può mettere in discussione che la politica metta lo zampino in Rai, il problema è valorizzare il merito, far emergere facce nuove per ridare slancio all'azienda». Mai ricevuto telefonate da segretari di partito o presidenti del Consiglio? «Ma certo che parlavo con il presidente del Consiglio e con i partiti. Non si può non farlo. Lo ripeto, una lottizzazione in un'azienda come la Rai è quasi fisiologica perché nessuno può convincere un partito a stare fuori da Viale Mazzini. E poi non dimentichiamo che l'azienda è posseduta dal Tesoro per questo non vedrei male un passo ulteriore verso la privatizzazione». Quindi non la scandalizza che Berlusconi abbia messo mano alle nomine Rai durante un vertice a casa sua? «Io so che il tema non era all'ordine del giorno. Magari ne hanno parlato, ma scusi, gli altri che fanno? È normale che se ne parli nei luoghi dove questo è possibile». E il conflitto di interessi? «Non ci sono dubbi che vi sia. Io però mi domando: la sinistra è stata due volte al governo, perché non ha fatto una legge per regolarlo? Oggi una normativa c'è, io l'ho letta, la so a memoria e devo dire che secondo me è più disciplinante di quanto comunemente si dica. E l'ha fatta Berlusconi». Ma, secondo lei, il premier vuole mettere o no le mani su viale Mazzini? «Non credo. La vera rivoluzione che sta avvenendo è il passaggio dall'analogico al digitale. Col digitale, se uno vuole, può fare 50 telegiornali al giorno. La vera battaglia, con la banda larga, è avere i soldi per poter battersi con la concorrenza».