La Francia, e con l'esempio finisco qui, aveva alle spalle ...

Qui, in Italia, la sinistra non esce da un ciclo virtuoso. Dalla fine della Prima Repubblica si comporta da fortunata sopravvissuta messa sotto pressione da un dirompente Berlusconi a cui solo il pugnace Romano Prodi è riuscito a fare due volte goal. Il declino della sinistra non nasce dalla fine di un'epoca imperiale di successi ma dal mancato inizio del Rinascimento. Alla cultura scolastica della Chiesa comunista non è seguita la stagione della libera ricerca ma l'affanno dei baroni dimezzati che hanno cercato di costruire un nuovo reame sulle fragili basi dell'accordo fra di loro. Finché uno di loro non ha giocato la carta personale e di qui è iniziata la rovina. L'ultimo tentativo, infatti, l'evanescente Pd della gestione veltroniana, si è rivelato il più disastroso perché il nuovo partito ha perso voti a sinistra e non ne ha guadagnati al centro né a destra. Veltroni cerca di sottrarsi a questa ecatombe fingendo di essere appena arrivato e di aver ereditato il disastro dagli altri baroni dimezzati. Inutile confutare questa auto-rappresentazione di un leader che è al vertice del potere nella sinistra da vent'anni. Inutile ironizzare sulla pretesa che il vecchio siano gli altri, D'Alema in particolare, e lui sempre il rappresentante del nuovo. È bene attenersi ai fatti. Il fatto abruzzese dice che il Pd è andato in battaglia dopo aver rinunciato a presentare un proprio candidato e scegliendo come leader l'uomo di Di Pietro. Qui il cerchio si è chiuso. La stagione di Veltroni inizia a morire, infatti, quando il leader sceglie Di Pietro al posto dei socialisti e di Nichi Vendola e viene sopraffatto definitivamente quando cede a Di Pietro la leadership della piccola coalizione. L'avventura veltroniana sarà ricordata fra queste due date: l'abbraccio con Di Pietro, la resa a Di Pietro. Tutto il resto conterà poco per gli storici del futuro. Ma quello di Veltroni è stato un errore nel sistema delle alleanze o qualcosa di più profondo? Chi conosce la storia della sinistra post-comunista sa che l'opzione Di Pietro non era campata per aria. Di fronte alla sinistra, quella targata Ds o quella targata Pd, da quindici anni ci sono due possibili indirizzi. Il primo, rileggendo gli errori del Pci, si incammina lungo una limpida strada neo-socialista riformista. Il secondo continua a inseguire il sogno occhettiano del nuovo inizio. Il nuovo inizio è una cultura che fa perno sulla rimozione della storia. Forse dire cultura è dire troppo. Ci muoviamo fra la rimozione freudiana e la sagra di Cantanapoli del «Chi ha avuto ha avuto». Il nuovismo è sempre riuscito a incatenare il riformismo post-comunista e nel nuovismo la cultura principe è stata il giustizialismo con l'ossessione etica e il mito della diversità. Era assolutamente naturale che il figlio prediletto del nuovismo, malgrado le belle parole del Lingotto, avrebbe scelto Di Pietro e con lui avrebbe progettato il futuro. Senza Di Pietro e senza il mondo giustizialista il nuovismo non esiste. L'Abruzzo aggiunge una cosa in più. Se il nuovismo è la filiazione del giustizialismo, il giustizialismo vince a mani basse. È per questo che Veltroni è condannato a stare vita natural durante con Di Pietro e i critici di Veltroni dovranno farsene una ragione o farsi un altro partito. Peppino Caldarola