Finisce l'euforia Borse ancora giù

Sembrava tutto superato ai più. Ai piccoli risparmiatori così come ai fondi che erano tornati a comprare a piene mani titoli fortemente svalutati. Ieri la presa di coscienza che il ciclo negativo non è finito. Lo spettro di un crac finanziario globale è stato sostituito da un pericolo ancora più temuto: la recessione estesa a tutte le economie del pianete. Un arresto secco della macchina produttiva mondiale. Niente crescita insomma e niente più ricchezza da distribuire. Più che un timore una quasi certezza. E il panico è stato ancora una volta il sentimento dominante nelle Borse. Risultato: solo le piazze europee hanno perso 353 miliardi. A tanto infatti ammonta la capitalizzazione bruciata sui listini del Vecchio Continente, dove l'indice paneuropeo Dj Stoxx 600 ha perso il 6,48%. Nuova giornata nera per Wall Street per timori di una recessione: l'indice Dow Jones è crollato di 733,08 punti, meno 7,97 per cento. In caduta anche il Nasdaq dell'8,47 a 1628,33. Le chiusure in Europa sono state di nuovo catastrofiche. La peggiore piazza in Europa è stata Londra, con il Ftse100 che ha chiuso in calo del 7,16%. A Parigi il Cac40 ha perso il 6,82%, a Francoforte il Dax ha chiuso in calo del 6,49%. In pesante flessione anche gli indici di Piazza Affari: il Mibtel ha perso il 4,95%, l'S&P/Mib il 5,33%. Il conto di Piazza Affari è stato di 20 miliardi di capitalizzazione in una seduta che non si può spiegare solo con la voglia di realizzo dopo i maxi-rialzi delle ultime due sedute ma che ha segnalato come, arginata la crisi di liquidità, è tornato in primo piano il pericolo recessione. In corso di seduta sospensioni al ribasso per Tenaris, Saipem, Bulgari, Buzzi Unicem ed Stm. A spaventare gli investitori è stato il dato proveniente dagli Stati Uniti sulle vendite al dettaglio a settembre: l'indice ha registrato un calo dell01,2%, peggiore del -0,7% atteso. Numeri così brutti non si vedevano dall'agosto 2005. In Europa il pessimismo è stato rinfocolato dai dati sui sussidi di disoccupazione in Inghilterra, saliti di 31.800 unità a 939.000 mila, i massimi degli ultimi due anni. Cancellati in un sol colpo dunque gli effetti positivi che le trimestrali di Jp Morgan, Coca Cola e Intel, tutte con utili sopra le attesa, avevano diffuso sul mercato. Lo stesso presidente della Fed, Ben Bernanke (nella foto), ha detto che, anche in caso di fine della crisi finanziaria, la ripresa negli Usa non sarà «immediata» mentre il Beige Book della Fed ha constata una frenata dell'economia statunitense a settembre. «La tempesta sui mercati finanziari pone una seria minaccia al benessere di tutti i cittadini del mondo» aveva detto in mattinata il presidente della Fed di San Francisco, Janet Yellen, affermando che gli Usa già sono in una fase di recessione. Mentre le misure per scongelare il mercato del credito decise a Washington e Parigi hanno continuato a produrre cauti effetti (l'Euribor a tre mesi è sceso ancora fermandosi al 5,17%) ed è continuata l'iniezione di liquidità da parte della Bce (che anche ha allargato la varietà dei titoli accettati in garanzia per i prestiti alle banche) l'attenzione degli investitori si è spostata dalla finanza all'economia reale, la seconda grande vittima della crisi scatenata dai mutui subprime. Ad essere subissati dalle vendite sono stati i titoli delle materie prime, i petroliferi, le costruzioni. E anche il calo del prezzo delle commodities e del petrolio (ieri è sceso sotto i 75 dollari al barile) viene letto come l'effetto del temuto raffreddamento della domanda globale. Insomma una nuova Caporetto.