Filippo Caleri f.caleri@iltempo.it È finita. La cordata dei ...

Così nel pomeriggio di ieri dall'assemblea di Cai, Compagnia Aerea Italiana, è arrivata la decisione unanime per il ritiro della proposta di acquisto. Ci hanno messo solo un'ora, i soci, a gettare nel cestino quella che era considerata l'ultima pista di atterraggio per la compagnia di bandiera gravata da una situazione economica disastrosa. Ma tant'è. Piloti e Cgil si sono messi di traverso. E infatti la motivazione del dietrofront, almeno quella ufficiale, è «il mancato raggiungimento di un largo accordo sindacale sul piano industriale della nuova Alitalia e su contratto di lavoro da dare alla nuova compagnia aerea». Un accordo che, secondo la newco, non è stato raggiunto, come dimostrato dalle sole tre lettere di accettazione ricevute da Cisl, Uil e Ugl. Solo tre su nove sigle. Troppo poco e soprattutto poco rappresentative della totalità del personale per supportare la volontà del Governo di chiudere il dossier a tutti i costi per evitare cali d'immagine e di consenso. Ma non è stato così. E quello che si annuncia ora all'orizzonte è il fallimento non solo tecnico, e cioè lo stato attuale in cui versa la compagnia, ma anche quello giuridico. Che tradotto significa «tutti a casa». Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, non ha avuto dubbi, almeno nel pomeriggio di ieri: «Per i lavoratori interessati e per il Paese, si apre la strada che porta al fallimento di tutte le società del gruppo Alitalia, perché il commissario ha una limitata liquidità e ha il vincolo della migliore tutela dei creditori per cui è probabile sarà obbligato ad avviare le procedure per la messa in mobilità dei dipendenti». Il corollario è che pagheranno tutti, lavoratori per primi. «Purtroppo il venir meno degli accordi fa cadere il rifinanziamento dello speciale fondo per i lavoratori del trasporto aereo (che integra gli ammortizzatori sociali fino all'80% del loro reddito), che allo stato delle cose è risultato avere una modestissima capienza». Governo in pressing insomma. In attesa di capire quanto durerà l'agonia di Alitalia, visto che secondo le stime in cassa non ci sono più di 50 milioni di euro, il commissario straordinario Augusto Fantozzi ha sgombrato il campo da un blocco immediato dell'operatività. «Gli aerei Alitalia continueranno a volare fino a quando ci saranno a disposizione le risorse necessarie». Fantozzi ha spiegato di «essere obbligato dalla legge a curarmi della continuità del servizio pubblico e della par condicio dei creditori. Ed è quello che farò. Se ci saranno altre offerte importanti nel breve per assicurare l'attività di volo di Alitalia saranno tutte esaminate». Altre offerte. La speranza è sempre quella. Un cavaliere bianco che tiri tutti fuori dall'impaccio. Ma dall'estero arrivano solo ammiccamenti. Anche se i tedeschi di Lufthansa hanno detto qualcosa che si presta a doppi significati. «La posizione di Lufthansa non è cambiata. Il mercato italiano resta per il gruppo un mercato interessante ma non facciamo commenti» ha dichiarato un portavoce della compagnia tedesca. Silenzio da Parigi. Se l'addio di Cai è ormai certezza il governo non demorde. E spera ancora che il «piano Fenice» messo a punto dalla Cai per salvare Alitalia possa decollare. A rinfocolare la speranza i contatti nella serata di ieri fra Palazzo Chigi e la cordata di imprenditori e sul dato di fatto che, nonostante l'offerta sia stata ritirata, la società non sia stata sciolta. Una posizione consolidata in un vertice tenuto alla presidenza del consiglio tra i ministri Matteoli e Sacconi, il sottosegretario Letta e il commissario straordinario della compagnia di bandiera Augusto Fantozzi. Una riunione nel corso della quale c'è stato anche un lungo contatto telefonico con i vertici della Cai. Fantozzi e i ministri interessati torneranno a fare il punto sulla situazione della compagnia di bandiera lunedì. Tre giorni che serviranno anzitutto per capire se vi sono ancora margini per una intesa che salvi il piano della Cai. Al momento, infatti, secondo fonti governative, non vi sarebbero alternative alla cordata di Colaninno se non quella del fallimento. Ipotesi, però, che il premier Silvio Berlusconi ha già bollato come un «baratro» da evitare. Al momento, Berlusconi sta valutando la situazione e studiando le carte. Dalla sua residenza di via del Plebiscito non è trapelato altro, se non una considerazione oggettiva: se è vero che Cai ha ritirato l'offerta, è altrettanto vero che la cordata non si è sciolta. Segno che qualcosa può ancora succedere. Non ultimo un piano B che sarebbe già in itinere nei colloqui informali ma che vedrebbe la luce solo nei prossimi giorni. Per ora l'atterraggio è forzato. E il rischio è di dirigersi verso gli hangar per rimanerci.