Finanziaria, l'Unione trema ma si salva di nuovo in extremis

Ciè riuscita ancora una volta per il rotto della cuffia: 158 a 156 la prima votazione, 157 a 156 la seconda. Decisivi i voti dei senatori a vita Giulio Andreotti ed Emilio Colombo. Prende la parola Antonio Boccia (Ulivo): «Devo dare atto ai colleghi dell'opposizione che finalmente oggi erano tutti presenti, perché non è capitato di sovente, quindi ci hanno provato seriamente a dare la spallata, ma una volta preso atto che da un anno e mezzo sono ancora una volta in minoranza». Sui banchi dell'opposizione il capogruppo azzurro Renato Schifani sorride e scuote la testa. Il labiale è chiarissimo: «Aspetta, aspetta». Insomma, per la Cdl, la fine è imminente, basta avere pazienza. Tanto che ancora Schifani, stuzzicato da un collega dell'Unione in Transatlantico, replica: «Quando arriverà la spallata neanche ve ne accorgerete, resterete lì, tramortiti». Sarà, ma intanto un altro giorno se ne è andato. E pensare che sembrava la volta giusta con il Guardasigilli Clemente Mastella che, in mattinata, convocava l'ufficio politico dell'Udeur e picchiava i pugni sul tavolo: «Nel Consiglio dei ministri di oggi serve un chiarimento politico sulla giustizia o sarà crisi». Parole dure che sembrano preludere al peggio. Arrivando alle 16 a Palazzo Chigi, però, Mastella e Romano Prodi ostentano sicurezza. Poco distante, nell'Aula del Senato, sta per iniziare la discussione sul decreto fiscale. Anche qui, però, non si respira aria di crisi. Anche perché la maggioranza e il governo hanno ritirato tutti gli emendamenti al testo. I giornalisti, ovviamente, assediano i «mastelliani» che all'unisono rispondono: «Aspettiamo quello che uscirà dal Consiglio dei ministri». Ma anche gli altri «dissidenti» della maggioranza hanno, come sempre, i loro quindici minuti di gloria. Il diniano Natale D'Amico rilascia interviste a destra e manca. Roberto Manzione passeggia con aria sorniona in Transatlantico e assicura: «Oggi è una giornata tranquillissima». Lo raggiunge il suo compagno di avventura Willer Bordon. I due scherzano («Chiamateci Tex Willer e Robin Hood»), spiegano che la vera partita, quella che riguarda i loro emendamenti, si giocherà quando l'Aula comincerà a discutere la Manovra («Ammesso che si arrivi al 5 novembre perché qui ogni voto è un doppio salto mortale», commenta Bordon), poi finiscono a parlare di fitness con Willer che fa la parte del leone («sollevo 55 chili per 10 volte consecutive»). Nel frattempo in Aula l'Unione fa melina. Si attendono notizie da Palazzo Chigi e soprattutto, si attendono i senatori-ministri Clemente Mastella e Livia Turco senza i quali la maggioranza, che già conta due assenti (Franca Rame malata e Luigi Pallaro in Argentina) non riuscirebbe a saltare l'ostacolo. Alle 17.15 la svolta. Le agenzie battono la notizia tanto attesa: «Il premier Romano Prodi conferma la piena fiducia al ministro della Giustizia Clemente Mastella». I due senatori Udeur Tommaso Barbato e Stefano Cusumano, che fino ad allora erano rimasti in Transatlantico, entrano in Aula. Arriva anche il Guardasigilli che, intercettato dai giornalisti, si limita a commentare: «Sono qui per votare». I suoi collaboratori assicurano che è tutto sotto controllo: «In Cdm c'è stato il chiarimento richiesto». Finalmente si vota. La maggioranza respinge l'assalto dell'opposizione. Il Guardasigilli si dirige alla buvette. «Non parlo» ripete a tutti. Incontra il suo predecessore Roberto Castelli che lo saluta e poi, rivolto ai giornalisti, ironizza: «Di Pietro gli ha promesso che costruirà un'autostrada a Ceppaloni». Mastella non si scompone. Per lui la giornata si è conclusa con una vittoria. Anche per l'Unione il peggio è passato o forse, come dice la Cdl, è tutto rinviato alla prossima, imminente, occasione.