Il presidente del Senato Marini prova a dare una scossa: «Ormai è una scelta fatta»

Oppure si possono usare le parole di un deputato Dl, vicinissimo a Rutelli che, dietro promessa di anonimato, ammette: «Siamo tornati al punto di partenza». Insomma, l'appuntamento portoghese, riaprendo la partita mai chiusa sulla collocazione europea del nuovo soggetto, ha riportato il percorso del Partito Democratico indietro nel tempo. Dopotutto anche il professore Gregorio Gitti, uno degli ultras del Pd (è il fondatore dell'Associazione per il Partito Democratico), lo ha detto senza mezzi termini in un'intervista al Corriere della Sera: «Si sta tradendo lo spirito del seminario di Orvieto». E poi, rivolto a Fassino, Rutelli e D'Alema, ha rincarato: «C'è un insopportabile gioco allo smarcamento». Sembra essere proprio questa la chiave di lettura di questi giorni. Con Romano Prodi che frena e prende tempo mentre gli altri leader dell'Ulivo cercano di sfruttare ogni occasione per defilarsi. Così, il traguardo del Partito Democratico si allontana e torna a prendere quota la prospettiva di una federazione tra Margherita e Ds. Un altro ulivista doc come Franco Monaco la descrive così: «C'è un deficit di convinzione, condivisione, chiara e ferma volontà politica di farlo sul serio un partito vero, nuovo e unitario, a valle dello scioglimento dei partiti promotori. L'impressione è piuttosto quella di una tendenza all'arroccamento identitario». Tocca al presidente del Senato Franco Marini (un «convertito» alla causa del Pd) cercare di salvare le apparenze. «Io vedo che le scelte fatte dai partiti - dice da Bari -, e tutti assieme al convegno di Orvieto, di procedere seriamente nella direzione del Partito democratico per una ristrutturazione del sistema politico italiano sia una scelta fatta. Poi che ci siano difficoltà che i partiti debbano sciogliere, questo mi pare rientri nell'ordine delle cose, dato il rilievo della questione». Quello che Marini non dice, però, è che i nodi da sciogliere sono sempre gli stessi ormai da mesi e, né Dl né i Ds, sembrano intenzionati a fare passi avanti. Dopotutto sia Fassino che Rutelli vogliono evitare di arrivare all'appuntamento con il Pd indeboliti o, peggio ancora, spaccati. E così, piano piano, il progetto si è infilato in una strada senza uscita. Ormai è un dialogo tra sordi. Da un lato ci sono gli ex Ppi (la corrente che fa capo a Marini) che, salta in aria ogni volta che sente parlare di «socialismo». Dall'altra ci sono le minoranze Ds che, invece, non accettano l'idea che l'Italia debba rinunciare ad una grande forza socialista e di sinistra. Come se non bastasse al Botteghino ci si interroga intensamento sul ruolo di Massimo D'Alema. Il vicepremier, infatti, è tornato a tutti gli effetti ad occuparsi delle questioni nazionali (vedi la sua intervista al Sole 24Ore di giovedì), ma non si sa cosa intenda fare nel merito del nuovo soggetto. Certo, a parole D'Alema si è sempre detto un sostenitore del Pd, ma c'è un dato che lascia perplessi. Si tratta della terza mozione, critica nei confronti del progetto, che i dalemiani Gavino Angius e Giuseppe Caldarola presenteranno al prossimo congresso della Quercia. Anche ieri Angius ha ribadito la propria posizione «Orvieto è stato un errore e non è l'unico. Un altro è pensare che un partito di queste dimensioni possa essere fatto solo da Ds e Margherita». Mercoledì la Quercia riunirà il proprio Consiglio Nazionale difficile sperare in un passo avanti.