Angioni: «La Francia si nasconde dietro mille ipocrisie»

E ognuno cerca di trarre vantaggi. Specialmente la Francia». Si spieghi meglio. «Il governo francese si giustifica dicendo che loro in Libano ci sono già e hanno il comando della missione. Però si dimenticano di ricordare che l'Unifil è lì dal 1978 e non ha le forze idonee per far rispettare la risoluzione dell'Onu. I soldati del loro contingente sono lì "armati" solo di binocoli, sono degli osservatori e non hanno né la preparazione necessaria né l'equipaggiamento adatto ad una operazione come questa». L'Italia invece si è esposta subito in prima persona promettendo un invio consistente di militari. Non le sembra una scelta un po' azzardata? «La nostra era una posizione doverosa. Prodi ha ricevuto una telefonata del leader libanese Siniora che aveva individuato nell'Italia la nazione più adatta a sostenere questo ruolo in Libano. E l'Italia ha risposto anche organizzando la riunione di Roma dalla quale ci si poteva forse aspettare di più ma che comunque è servita a fare un passo avanti verso il cessate il fuoco». Oggi il Parlamento ha dato un primo via libero, sostanzialmente politico, alla missione italiana. Ma rimangono molte perplessità sul tipo di intervento che i nostri soldati si troveranno a dover fare. Come mai tanta incertezza? «Perché si tratta di una operazione che non ha nessuno dei requisiti che l'Onu, molti anni fa, aveva stabilito per le missioni internazionali: non è «mantenimento della pace» perché non ci troviamo davanti a due stati sovrani ma a uno stato come Israele e una fazione, Hezbollah, anche se del governo libanese; non è «costruzione della pace» perché c'è solamente un cessate il fuoco e per lo stesso motivo non è una «imposizione della pace». Dunque si tratterà principalmente di andare a portare aiuti umanitari a popolazioni martoriate dalla guerra, un intervento sui generis per mantenere lo status quo». E i nostri soldati davanti a che scenario si troveranno? «Sul terreno ci saranno, probabilmente, i quindicimila uomini dell'esercito libanese e ci sarà una dichiarazione del governo che chiederà agli Hezbollah di consegnare le armi. Loro lo faranno ma ovviamente daranno solo cianfrusaglie, nascondendo il vero arsenale militare. Non dimenticando che il grosso dell'esercito libanese è sciita e quindi, come successe nell'82, non andranno certo a scontrarsi con i loro fratelli». Se presumibilmente si tratterà di un intervento umanitario che tipo di reparti bisognerà mandare in Libano? Serviranno comunque corpi scelti? «La difficoltà di operazioni di supporto alla pace sta nel fatto che hanno un compito ma ai margini di questo compito la situazione sul terreno può cambiare repentinamente. Anche se si cerca di pianificare il più possibile ci sono sempre delle situazioni imprevedibili. Un forza tradizionale ha bisogno di giorni per "adattarsi" a questa nuova situazione. Invece c'è bisogno di un assetto che fronteggi subito il nuovo quadro operativo. Per questo c'è bisogno di un contingente ben equipaggiato e ben organizzato. Ma soprattutto equilibrato: una forza sovradimensionata diventa provocativa, una sottodimensionata diventa invece un invito ad essere attaccata».