«È un diktat, andiamo avanti»

E chiede con finta curiosità: «Che cosa è cambiato rispetto a ieri?». La risposta è scontata: per Malabarba non è successo proprio nulla. E il mandato conferito dal governo al ministro per i rapporti col Parlamento, che dovrà valutare se porre o no la fiducia, non altera in alcun modo il quadro. «Finchè non mi viene dato un segno di disponibilità al confronto, nulla cambia: la mia posizione è identica a quella di ieri e fondata sulla volontà di discutere nel merito», spiega Malabarba. Per il quale è stata solo ventilata «l'ipotesi di un ricatto». Di fronte a una minaccia - come di fronte a un'arma carica - si può anche cedere, precisa il senatore dissidente. «Io sono per la fuoriuscita dalla guerra ma anche per la trattativa, per l'apertura di uno spiraglio: poi, se verrà posta la fiducia, valuterò. Ma è chiaro che respingo l'idea di un ricatto con il quale si intende piegare una richiesta di merito. Con una pistola puntata alla tempia non si può fare un bel dialogo. E a me la roulette russa non è mai piaciuta». Malabarba lancia frecciate in più direzioni. Se la prende con chi «dice di volere grandi cambiamenti ma da un mese sollecita il voto di fiducia per poter votare a favore del governo: una ridibile pantomima». E il dardo sembra destinato a colpire dalle parti del Pdci. Mentre al vicepremier e ministro degli Esteri D'Alema Malabarba chiede che il governo «almeno non irrida i nostri emendamenti. E non si dedichi a un dileggio insopportabile accusandoci di volere l'uscita dell'Italia dalla Nato e dall'Onu». Da parte sua, come dichiarato al Tempo giovedì, un altro dei «ribelli», Claudio grassi, ha un atteggiamento più conciliante: «Certo, se alla fine il governo dovesse mettere la fiducia io la voterò perchè ho sempre detto che non farò cadere il governo», spiega il senatore di Rifondazione comunista in trincea contro il rifinanziamento della missione in Afghanistan.