Pera riunisce i «crociati» dell'Occidente

E la sua è la definizione del gruppo di intellettuali e politici che ha aderito all'appello «per l'Occidente» di Marcello Pera. Ieri pomeriggio, nonostante la campagna elettorale e gli ultimissimi impegni della legislatura, erano in tanti alla sala della stampa estera per la presentazione del manifesto in difesa dell'identità occidentale voluto ed elaborato dal presidente Pera. Tante personalità di partiti diversi, tutti del centrodestra. C'erano il ministro Alemanno e il sottosegretario Mantovano di An, il ministro Giovanardi e il senatore D'Onofrio dell'Udc, Sandro Bondi, Ferdinando Adornato e Jole Santelli di Forza Italia. Per la Lega c'era il sottosegretario Alberto Brambilla. Tanti e diversi, ma insieme per sostenere la battaglia di Pera in difesa dei valori dell'Occidente. Assenti ma vicini — avendo già sottoscritto l'appello — Letizia Moratti, Rocco Bottiglione, Giancarlo Cesana e Giorgio Vittadini di Cl. E anche Berlusconi ha detto di aver firmato il manifesto del presidente del Senato. «Non siamo un partito» assicura Pera, però è chiaro che ieri è nata la rete di chi nella Cdl vuol fare della difesa delle radici giudaico-cristiane la propria idea-simbolo. In ballo ci sono i voti, probabilmente numerosi, dei tanti italiani spaventati dall'aggressività del mondo islamico. Quella che è nata ieri è una forza trasversale pronta a darsi man forte al di là del «proporzionale che divide per partiti» come dice D'Onofrio. Insieme hanno «una visione del mondo che ci distingue nettamente dalla sinistra» dice Mantovano. Sono cattolici, ammirano Papa Ratzinger, sono per la difesa intransigente della civiltà occidentale. In qualche modo si contrappongono agli indirizzi, pure presenti nel centrodestra, «laico-pragmatici» di Fini e Pisanu e a quello «laico-dei diritti» che va dal ministro Prestigiacomo all'area liberal di Biondi e Rivolta. A questi ultimi sicuramente Pera che parla del «Fronte comune in difesa dell'Occidente minato dalla crisi morale e spirituale e aggredito dal terrorismo islamico» probabilmente non fa troppa simpatia, ma insomma ognuno a questo punto cerca i voti dove può. Pera sceglie la strada della contrapposizione netta all'Islam estremista, ma non solo. Se la prende con «il relativismo diffuso, l'uguaglianza indiscriminata e il laicismo sempre più spinto che indeboliscono la nostra società». Attacca le politiche di integrazione che hanno sempre fallito dal «multiculturalismo all'inglese, al laicismo alla francese». A questo punto, invoca il presidente Pera, non bisogna «essere aggressivi, ma soltanto richiamare tutti quanti a valori ed impegni senza i quali perderemmo l'identità e la crisi si aggraverebbe». È ora di difendere il «modello di vita occidentale e le sue istituzioni tradizionali quali la famiglia, la maternità e la parità scolastica». Su quanto è successo a Bengasi il presidente Pera ha le idee chiare: «Gli incidenti al consolato italiano in Libia e in altre ambasciate non possono essere considerate come la risposta ad atteggiamenti avvenuti in Italia, o anche a magliette o vignette. Le quali sono da censurare, come è avvenuto, e proprio di cattivo gusto». Ma le ragioni sono altre, per Marcello Pera il fondamentalismo si stava già preparando e aspettava solo «l'occasione per dar fuoco alle polveri». Ma il presidente Pera vuole una risposta razionale: «Questa non è una guerra di religione, ma solo la difesa dei valori della civiltà europea, che in questo momento è sotto assedio». Per Pera Occidente vuol dire «Democrazia, parità, uguaglianza, rispetto» e quindi perfino le torture del carcere di Adu Ghraib sono la prova della superiorità del nostro mondo perché «qui se si scoprono crimini o illegittimità vengono perseguiti». Pera è stato netto. Certamente avrà il suo elettorato, ma forse rimarrà una specie di avanguardia.