Parte il processo comunista a Cossutta

Si svolge a porte chiuse, tra i componenti della direzione dei Comunisti Italiani e sul banco degli imputati c'è il presidente del Pdci: reo di voler cancellare la falce e il martello dal simbolo del partito. Una resa dei conti annunciata dagli stessi accusatori, il segretario Oliviero Diliberto e il deputato europeo Marco Rizzo, infuriati per la presa di posizione «progressista» di uno dei «vecchi» del Pci. Uno che ha osato affermare «che il comunismo non c'è più». Una resa dei conti che sa di vetero stalinismo. Di caccia alle streghe. E se non fossino nel 2005, si potrebbe andare con la fantasia a quei processi sovietici che si svolgevano tra le nebbie dell'Urss, in quei casermoni grigi piantonati dalle guardie rosse. La colpa del compagno Armando Cossutta è quindi di aver voluto ipotizzare una fuga in avanti dichiarando «finito» il comunismo. Questo per eventualmente aprirsi alla possibilità della ormai famosa lista Arcobaleno con i Verdi di Pecoraro Scanio. Un'eresia quel voler togliere di mezzo il simbolo degli operai e dei contadini uniti nella lotta contro il padrone. Una dichiarazione scandalo per cui va subito approntato un processo. Ed eccolo qui il processo. Per direttissima. Dove a proteggere col pugno chiuso il simbolo storico, ultima roccaforte di qualcosa che non esiste più, è anche Marco Rizzo, disposto a difendere quella falce e martello anche a costo di andare contro Cossutta. Un comunista nato comunista molto prima di lui. «L'ipotesi della lista Arcobaleno è tramontata: dobbiamo correre da soli, orgogliosi della nostra identità - dice Rizzo - Noi siamo orgogliosi di essere modernamente comunisti. Vogliamo dire che è roba finita? Saranno i lavoratori e i giovani a dimostrare il contrario, non è certo il ceto politico -conclude Rizzo- che può decretare la fine di un'idea». E la fine del Comunismo, il tramonto definitivo di quell'Idea brucia ai più giovani dirigenti del Pdci talmente che sarebbero disposti a mandare qualcuno sul rogo pur di salvarla per non ammettere il suo totale anacronismo. Altro che «modernamente comunisti». Da una parte quindi la linea del segretario Diliberto e della grande maggioranza del partito, deciso a questo punto ad andare da solo alle elezioni alla Camera, e anche al Senato, a meno di qualche alleanza a Palazzo Madama non più con i Verdi ma nell'ambito dell'Unione o in qualche cartello dei «cespugli». E dall'altra Cossutta, il «traditore», che nonostante il processo spera ancora in una lista Arcobaleno anche se dai Verdi è arrivata la doccia fredda. «Abbiamo preso atto con rammarico - spiega Alfonso Pecoraro Scanio - delle reazioni negative alle aperture di Cossutta. Ma era chiaro da tempo, dall'ultima loro riunione di direzione, che il Pdci non avrebbe abbandonato la falce e martello». Si avvia così verso il naufragio l'ipotesi Arcobaleno, e anche i Verdi scenderanno in pista con proprie liste. Ma questo è quasi un dettaglio davanti alla scena odierna di via Cavour. Un tribunale dove il segretario Oliviero Diliberto, uno quasi più radical chic di Fausto Bertinotti, chiederà nelle vesti di accusatore, un chiarimento al presidente Cossutta che vuole archiviare falce e martello. Cossutta, ieri perennemente chiuso in riunione con i fedelissimi per preparare la sua strategia difensiva, sembra voler rattoppare in extremis: non voglio proprio cancellare la falce e martello, solo non presentarla in lista in nome di una alleanza elettorale più ampia. Ma il processo è già iniziato e finirà solo in serata. Giu.Cer.