E Francesco riesce a dividere i prodiani

Quello che per ora è certo, è che la mossa operata da Francesco Rutelli, all'indomani del plebiscito prodiano di domenica scorsa, ha sortito uno degli effetti sperati dall'ex-sindaco di Roma: dividere l'opposizione interna. Chi, infatti, ha raccolto le impressioni dei membri prodiani della direzione, al termine dell'incontro di ieri pomeriggio, ha potuto constatare che l'atteggiamento rispetto alla promessa fatta da Rutelli, previa relazione, di pervenire alla costituzione del partito democratico attraverso la presentazione di liste comuni Ds-Margherita alla Camera e la costituzione di un gruppo parlamentare comune, era tutt'altro che omogeneo. Mentre il presidente del partito illustrava le tappe da percorrere nei prossimi mesi, sulla strada di quanto anticipato all'esecutivo, la componente capeggiata da Arturo Parisi si è divisa tra un gruppo di «ultrà» ulivisti, piuttosto scettico sulla sincerità dei propositi rutelliani, e un altro più moderato, disposto a mettere alla prova dei fatti quanto detto dal leader. Non è mancato chi, tra i primi, ha apertamente accusato Rutelli di aver già «tirato il freno a mano» e di apprestarsi addirittura a fare marcia indietro, come ad esempio il senatore Roberto Manzione, decisamente irritato per il fatto che il deputato romano non abbia additato l'obiettivo della creazione di un gruppo parlamentare ulivista (o Democratico, che dir si voglia), specificando chiaramente che ci si limiterà alla federazione dei gruppi Ds e Margherita. Delusi, i «pasdaran» ulivisti, lo sono rimasti anche a causa del passaggio della relazione (apprezzatissimo da Franco Marini), nel quale Rutelli sottolinea la necessità di rafforzare la Margherita per poi arrivare al Partito democratico, corroborata da una dichiarazione dello stesso Marini, secondo cui uno scioglimento del partito sarebbe un «disastro». Dall'altra parte, vi è stato chi come il capogruppo al Senato Willer Bordon e Marina Magistrelli, hanno concesso un'apertura di credito al presidente, rilevando che si tratta solo di una «buona base» sulla quale discutere (e votare) tra una settimana. In ogni caso, le reazioni al discorso di Rutelli inducono a pensare che i timori di chi ha visto nella «svoltona» di martedì un artificio tattico per allentare la pressione di Romano Prodi siano stati confermati e che i Dl dovranno inevitabilmente passare per un braccio di ferro interno, simile a quello dello scorso maggio. Nessuno degli ulivisti (neanche di quelli che si sono dimostrati più morbidi nei confronti di Rutelli), pensano che l'obiettivo del Partito democratico possa essere raggiunto senza una ridiscussione dell'assetto interno della Margherita.